Monday, 27 Mar, 2017
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Calabria Verde, scoppia il caso dei dipendenti: sono pubblici ma i contratti sono di tipo privato

CATANZARO – Un ibrido che, forse, è causa di sprechi milionari. E’ la paradossale situazione in cui si trova l’azienda Calabria Verde, i cui dipendenti, dopo una decisione della Corte di Cassazione del giugno 2014, sono equiparati a quelli del pubblico impiego. Prima, invece, il contratto aveva natura privatistica, anche se si applicava a dipendenti di un’azienda istituita con legge regionale (la 20 del ’92). Quella sentenza che cassava senza rinvio una precedente decisione della Corte d’Appello di Reggio Calabria, accogliendo le tesi difensive dell’Afor, poi Calabria Verde, ormai riconosciuta ente pubblico non economico, costituisce un precedente a cui si sono uniformati vari Tribunali della regione davanti a quali pendevano migliaia di ricorsi di operai forestali le cui pretese sono state ritenute infondate. Non avrebbero, infatti, più diritto a quattordicesime, indennità varie e spettanze derivanti dal contratto integrativo regionale. E per il riconoscimento economico conseguente agli avanzamenti di livello si dovrebbe passare attraverso procedure concorsuali per cui è meglio rinunciare se non si vuole soccombere e pagare le spese processuali.

Ma, a quanto pare, le buste paga sono ancora quelle del contratto privatistico. In cui le voci Cir (contratto integrativo regionale), le varie indennità (per mensa, attrezzi, lavoro in alta montagna…) e addirittura anche il trattamento previsto dalla Cassa integrazione contribuiscono ad arrotondare gli emolumenti. Insomma, due pesi e due misure. Davanti ai vari Tribunali del Lavoro della Calabria i legali di Calabria Verde, ex Afor, si rifanno a quella pronuncia della Cassazione, da cui discende che «le pubbliche amministrazioni non possono assumere obbligazioni in contrasto con i vincoli risultanti dai contratti collettivi nazionali». Facciamo un esempio pratico. I dirigenti dell’ufficio legale dell’azienda esultano appena viene pubblicata quella sentenza che pone fine a una serie impressionante di contenziosi, nati per i motivi più disparati. Perché, sempre per esempio, un autista l’Afor poteva mandarlo, magari d’estate, a far parte delle squadre Aib (antincendio boscivo), per svolgere una serie di prestazioni ulteriori che, secondo i ricorrenti, comportavano il riconoscimento di mansioni superiori. Ma le pretese del lavoratore non possono più trovare fondamento nella normativa collettiva di diritto comune e la sua istanza viene respinta.

Da due anni è così e le controversie non vengono più trattate nel merito. Perché i giudici danno ragione all’Afor, oggi Calabria Verde, che osservano che i contratti invocati non sono conformi ai dettami fissati dal testo unico del pubblico impiego. Andiamo a vedere una busta paga di dicembre 2016. Accanto allo stipendio base di un operaio specializzato, che al lordo ammonta a 1344 euro, figurano una serie di voci che non dovrebbero trovare spazio nel contratto degli enti locali e sono ancora quelle del contratto degli idraulico-forestali. Cir, indennità come quella per lavori disagiati, addirittura la Cig. Già, perché a dicembre l’Afor si ritrova senza un euro e deve chiedere aiuto all’Inps. Altra anomalia che balza all’attenzione dei giuslavoristi impegnati nelle varie aule di giustizia della Calabria nella trattazione di questi procedimenti. «Sarebbe come se un insegnante a un certo punto venisse messo in cassa integrazione», dice un addetto ai lavori. Ma questo è un altro capitolo. Tornaimo alla busta paga recente, successiva di due anni alla decisione della Cassazione, e moltiplichiamo, per esempio, la voce Cir (contratto integrativo regionale) per dodici mensilità e quindi per 6000, quanti all’incirca sono gli operai forestali. Il risultato è 11 milioni e 100.240 euro. E non è nemmeno la voce più onerosa. Un calcolo preciso spetterebbe agli specialisti in materia di danno erariale, forse. Senza dire del silenzio totale dei sindacati, la cui maggior parte di iscritti proviene dal comparto della forestazione.

E il vertice di Calabria Verde, come si sta regolando in questo limbo? Da quanto è stato possibile apprendere, ogni anno il dirigente dell’ufficio legale fa le dovute comunicazioni a quello del personale perché siano attuate le misure in aderenza a quanto sancito dalla sentenza 14530713 della Corte Suprema di Cassazione, Sezione Lavoro. Ma quell’avvertenza è rimasta lettera morta.

Article source: http://www.quotidianodelsud.it/calabria/cronache/cronaca/2017/03/25/caos-dipendenti-calabria-verde-cassazione-sono-pubblici-ma

La Corte di Cassazione “promuove” il duetto vitulatino dei “dichiaranti” Antonio Scialdone e Alberto Di Nardi: le loro …

CASERTA/VITULAZIO – È noto a tutti che le varie inchieste sulla “monnezzopoli della provincia di Caserta”, condotte dalla Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere, guidata dalla dott.ssa Maria Antonietta Troncone, sono “decollate” grazie alla preziosissima e costante collaborazione di due noti vitulatini, impegnati nel vertiginoso settore dei rifiuti in ambito provinciale: Antonio Scialdone (coinvolto in varie inchieste giudiziarie attribuite al suo ruolo di Direttore Generale nel Consorzio Unico di Bacino per i rifiuti della Provincia di Caserta) e Alberto Di Nardi (ex amministratore e socio della Dhi – Di Nardi Holding Spa), entrambi indagati nei diversi filoni d’inchiesta che, nell’ultimo anno e grazie alle loro chiamate in correità, hanno “scoperchiato” l’ampio giro di corruttele che si annidava intorno all’allegra gestione dei rifiuti in provincia di Caserta (raccolta, trasporto, smaltimento, differenziata, verde, igiene urbana), facendo arrestare un centinaio di persone, tra imprenditori del settore, impiegati di enti pubblici, sindaci, assessori e consiglieri di vari Comuni, ecc…

Inchieste coordinate in modo certosino da un pool di magistrati in seno alla locale Procura e ampliate, su alcuni filoni, anche alla Distrettuale Antimafia con sede a Napoli. Una serie di indagini scrupolose, condotte con l’impiego di uomini e mezzi del Comando Provinciale dei Carabinieri di Caserta, della Compagnia di Maddaloni e del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Caserta. Ad oggi, alcune di queste indagini sono state già concluse e avviate dagli uffici della Procura sammaritana verso le aule di Tribunale, per passare dalla fase inquirente a quella giudicante. Possiamo quindi già intendere quale sia il parere dei Giudici “valutanti” sulle inchieste condotte dal Procuratore Capo di Santa Maria Capua Vetere, la dr. Troncone. A prova della “buona riuscita” delle citate inchieste, scaturite delle collaborazioni dei noti due “dichiaranti” vitulatini, Antonio Scialdone e Alberto Di Nardi, che hanno sviscerato centinaia e centinaia di pagine di verbali innanzi all’Autorità Giudiziaria (Orinaria e Distrettuale Antimafia), in queste ultime ore, la Suprema Corte di Cassazione ha emesso una serie di scrupolose ed importanti sentenze, ben sei, che vi alleghiamo a margine, da dove è possibile comprendere una serie di utili passaggi sul modus operanti dello Scialdone, definito un “Infiltrato” o, se si vuole, un “agente provocatore”, ma più semplicemente un soggetto a conoscenza di fatti dichiaratosi disponibile a registrare delle conversazioni in cui egli stesso avrebbe preso parte, operazione per la cui esecuzione non era affatto necessario munirsi dell’autorizzazione del giudice.

Inoltre, sempre dalle citate sentenze emerge che nessun elemento di contraddittorietà ricorre nell’avvenuta valorizzazione delle dichiarazioni del propalante Alberto Di Nardi, cui si deve, unitamente ad Antonio Scialdone, la generale ricostruzione del “sistema criminale che ha caratterizzato gli appalti relativi al servizio di gestione rifiuti urbani negli anni 2012-2014″, dagli stessi effettuata “dall’interno”, grazie al loro pregresso inserimento in seno al sistema medesimo. Ed invero il Tribunale, dopo aver dato della soggettiva credibilità di entrambi, ha osservato che proprio le rilevate caratteristiche di ordine generale del loro narrato comportano un deficit di specificità, che si riflette negativamente sul piano dell’attendibilità intrinseca oggettiva, riservandosi pertanto la valorizzazione della loro parola solo allorché le dichiarazioni dai predetti rese “presentino determinatezza e riscontri”.

In queste sei sentenze che vi alleghiamo, la Corte di Cassazione scioglie il problema della credibilità del dichiarante (confidente e accusatore) in relazione, tra l’altro, al suo passato, ai rapporti con i chiamati in correità, alla genesi della confessione e alla accusa dei coautori del reato e complici. La verifica incrociata di quanto narrato sia dallo Scialdone che dal Di Nardi con altri elementi di prova raccolti, cercando un parametro di conferma o di smentita alle dichiarazioni rese dai due vitulatini esperti del settore dei rifiuti.

26-03-2017

Alfredo Di Lettera

1 All Corte di Cassazione – Sentenza N 14238-2017 (Procura di Santa Maria Capua Vetere – Pasquale De Lucia)

2 All Corte di Cassazione – Sentenza N 14245-2017 (Cappello Vincenzo – Tribunale Riesame Napoli)

3 All Corte di Cassazione – Sentenza N 13433-2017 (Procuratore della Repubblica di Napoli – Raucci Francesco)

4 All Corte di Cassazione – Sentenza N 13431-2017 (Procuratore della Repubblica di Napoli – Imperadore Luigi)

5 All Corte di Cassazione – Sentenza N 13429 -2017 (Procuratore della Repubblica di Napoli – Iavazzi Francesco)

6 All Corte di Cassazione – Sentenza N 13434 -2017 (Procuratore della Repubblica di Napoli – Di Costanzo Angelo)

 

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Article source: http://www.caleno24ore.it/wordpress/66118/la-corte-di-cassazione-%E2%80%9Cpromuove%E2%80%9D-il-duetto-vitulatino-dei-%E2%80%9Cdichiaranti%E2%80%9D-antonio-scialdone-e-alberto-di-nardi-le-loro-testimonianze-innanzi-ai-magistrati-della-procura.html