Wednesday, 13 Dec, 2017
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Category: Corte di cassazione

Delitto lago di Bracciano, condanna confermata per ex fidanzato di Federica

Delitto lago di Bracciano, condanna confermata per ex fidanzato di Federica

Si conclude la vicenda giudiziaria per la morte di Federica Mangiapelo, la ragazza di Anguillara Sabazia (Roma) trovata senza vita la mattina dell’1 novembre 2012 lungo la spiaggia di Vigna di Valle, sul lago di Bracciano: la Corte di cassazione ha confermato la condanna a 14 anni già emessa dalla Corte d’Assise d’appello nel settembre dello scorso anno nei confronti di Marco di Muro, ex fidanzato della giovane.

“E finalmente, dopo cinque lunghi anni di attesa, possiamo dirlo: Marco Di Muro è l’assassino di mia nipote Federica. La Cassazione ha confermato la sua condanna in appello a 14 anni di carcere”, commenta su Facebook lo zio di Federica, Massimo Mangiapelo.



Il corpo della giovane venne trovato da un passante sulle rive del lago all’alba dell’1 novembre. Di Muro, unico imputato al processo per la morte della ragazza, ha sempre sostenuto di non essere presente al momento della morte di Federica, avvenuta in una fredda e piovosa notte di Halloween di cinque fa. Dai giudici è ora arrivata la sentenza definitiva.

Article source: http://www.adnkronos.com/fatti/cronaca/2017/12/12/caso-mangiapelo-condanna-confermata-per-fidanzato-federica_OeQlTAm9kxfitrPe2VKtaN.html


Processo Eternit bis, la Cassazione decide sull’omicidio colposo o …

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di Valentina Renzopaoli

Morti per amianto, arriverà mercoledì la decisione della Corte di Cassazione sul processo Eternit bis che vede imputato il magnate svizzero Stephan Schmidheiny.

 

La decisione della Suprema Corte riguarderà, in particolare, il reato contestato nel procedimento, dopo che il gup di Torino Federica Bompieri, nel novembre 2016, riqualificò l’ipotesi di omicidio volontario in quella di omicidio colposo, in relazione alla morte di 258 persone provocata dall’amianto negli stabilimenti italiani Eternit e nei territori limitrofi.
A presentare ricorso, impugnando la pronuncia del gup, è stata la Procura generale di Torino, con un atto sottoscritto dal pg Francesco Saluzzo, dal sostituto pg Carlo Maria Pellicano e dal pm Gianfranco Colace: l’udienza, fissata per mercoledì 13 dicembre davanti alla prima sezione penale, si svolgerà a porte chiuse e il verdetto potrebbe arrivare soltanto il giorno dopo. Se il ricorso dovesse essere accolto, il processo ripartirà da Torino con l’ipotesi di omicidio a carico di Stephan Schmidheiny.
 
Il processo Eternit bis ha preso il via nel maggio 2015: unico imputato Schmidheiny, condannato in appello a Torino a 18 anni di carcere per il reato di disastro ambientale, dichiarato poi prescritto in Cassazione nel novembre 2014. La Corte specificò che non erano stati “oggetto del giudizio i singoli episodi di morti e patologie sopravvenuti. Il pm Raffaele Guariniello, oggi in pensione, decise quindi di contestare all’imputato l’omicidio doloso aggravato: i casi all’esame dei giudici riguardano 258 decessi, di ex lavoratori e di residenti, avvenuti tra il 1989 e il 2014, per mesotelioma pleurico causato dall’amianto. L’iter del procedimento è stato complesso e pieno di ostacoli: oltre a diverse eccezioni di competenza territoriale, la difesa dell’imprenditore avanzò in udienza preliminare un’istanza di annullamento del processo, sulla base del principio del “ne bis in idem”, per cui non si può essere processati due volte per lo stesso fatto. Un “nodo”, questo, sciolto solo dalla Corte Costituzionale nel luglio 2016, quando, con una complessa sentenza, si stabilirono i criteri in base ai quali il gup avrebbe potuto discernere tra i vari episodi contestati: in sostanza, almeno per le morti avvenute dopo la chiusura del primo processo, non si applica il “ne bis in idem”.
 
Dopo la sospensione necessaria per attendere la decisione della Corte Costituzionale, si arrivò, il 29 novembre 2016, alla pronuncia del gup torinese: l’accusa venne derubricata da omicidio volontario a colposo e il procedimento a carico di Schmidheiny “spezzettato” in 4 diversi filoni e assegnato ad altrettanti uffici giudiziari per competenza territoriale: Torino, Reggio Emilia, Napoli e Vercelli, (quest’ultima si occupa dell’area di Casale Monferrato, la cittadina dell’Alessandrino che ha pagato il prezzo più alto per morti di amianto). Essendo venuta meno, con la decisione del gup, l’ipotesi del dolo, è caduta anche la formula della continuazione tra i reati contestati: per questo, ogni tribunale competente dovrà pronunciarsi sui singoli casi di decesso avvenuti nel suo distretto. Il verdetto che si attende dalla Cassazione, dunque, appare centrale per il futuro del processo Eternit bis: se la Suprema Corte accoglierà le tesi sostenute dai pubblici ministeri torinesi, si potrebbe anche tornare al maxiprocesso che era stato inizialmente avviato.

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Article source: http://www.affaritaliani.it/roma/processo-eternit-bis-la-cassazione-decide-sull-omicidio-colposo-o-volontario-514522.html


Turni massacranti, poco riposo. "Il super lavoro uccide in corsia"

Palermo, 12 dicembre 2017 – Si può morire per il troppo lavoro. Non in miniera o nelle risaie, ma in una struttura sanitaria la cui missione è la tutela della salute. Così è stato per due operatori siciliani morti entrambi di fatica, un tragico esempio di karoshi, come dicono in Giappone, dove il superlavoro e gli impieghi usuranti sono pratica diffusa. 
L’Azienda sanitaria di Enna è stata condannata a risarcire gli eredi di Giuseppe Ruberto, un tecnico radiologo dell’ospedale di Nicosia morto nel 1998.

“Più soldi e assunzioni”: sciopero. Ira dei medici, saltano gli interventi
 
La Corte di Cassazione ha riconosciuto il superlavoro come causa del decesso del trentenne. Nell’organizzazione ospedaliera, connotata da costanti carenze di organico «non è accettabile – affermano i giudici – riversare sui dipendenti l’onere di garantire per intero le prestazioni sanitarie ai pazienti». Devono essere il Servizio sanitario nazionale e l’Azienda che organizza il lavoro a garantire l’integrità psico- fisica di medici e operatori sanitari.

La Corte di Cassazione, dopo 10 anni di processi, ha riconosciuto che i turni eccessivi sostenuti negli ospedali dove l’organico è carente «possono uccidere» e la colpa ricade tutta sul datore di lavoro, sebbene il dipendente non si sia mai lamentato formalmente del carico eccessivo al quale era sottoposto. 
Gli eredi, perciò, hanno pieno diritto al pagamento dell’equo indennizzo e al risarcimento del danno da lesione del rapporto parentale per la perdita della figura familiare. 

Un tema che ritorna, nelle stesse forme, nella morte del medico rianimatore Eugenio Rappa, 53 anni, che costretto a lavorare per tre giorni di fila in ospedale e per una notte in sala operatoria, morì d’infarto la notte di Ferragosto del 2007. Ora la moglie, Maria Accardo, anch’essa medico, chiede un maxi risarcimento da 2 milioni 568 mila euro all’Arnas di Palermo (raggruppa il Civico e il pediatrico Di Cristina presso cui Rappa lavorava). Il processo, in sede civile, è alle prime battute. «Non ne voglio parlare – dice la dottoressa Accardo – perché il procedimento giudiziario è in corso. Posso solo dire che sono convinta, da medico, che mio marito sia morto per il superlavoro. Non era la prima volta che copriva turni massacranti, gli avevo chiesto di smetterla, ma in lui aveva prevalso il senso del dovere medico e della cura dei bambini. Un obbligo morale che lo ha portato alla morte». 
 
La difesa della dottoressa Accardo ha ottenuto il badge con gli orari di ingresso e uscita di Rappa. Si scopre così che il tesserino di presenza sarebbe stato timbrato il 12 agosto e mai passato dalla macchina segnatempo. Tra i colleghi, peraltro chiamati a testimoniare, c’è chi ricorda un delicato intervento, alla vigilia di quel Ferragosto, a una bimba di 16 mesi protrattosi per moltissime ore, con Rappa deciso a non mollare la piccola paziente. 

Quello dei turni massacranti è un tema sollevato ripetutamente dai sindacati siciliani. Lo scorso settembre, un dipendente dell’Asp di Messina è svenuto, procurandosi lesioni fisiche, dopo aver lavorato quindici giorni consecutivi, senza un solo giorno di riposo. 

Article source: http://www.quotidiano.net/cronaca/medici-turni-massacranti-1.3599933


Processo Eternit Bis. Udienza 13 Dicembre 2017 Corte di Cassazione

Agenpress. Processo Eternit Bis: Schmidheiny ancora alla sbarra. Questa volta presso la Corte di Cassazione, udienza 13 Dicembre 2017. Stephan Schmidheiny era già stato condannato in primo e secondo grado per il reato di disastro ambientale (art. 434 c.p.), ma poi il 19 novembre 2014, era stato assolto per prescrizione.

Il procuratore Guariniello, proprio sulla base delle parole del procuratore generale della Corte di Cassazione, Dott. Iacoviello, aveva quindi proceduto con l’imputazione per omicidio volontario per la morte di 258 persone (ex lavoratori e residenti) tra il 1989 e il 2014.

Il GUP di Torino, Dott.ssa Federica Bompieri, nel pronunciarsi ha derubricato l’accusa in omicidio colposo e frazionato il processo in 4 tronconi tra diversi tribunali (a Torino, a Vercelli, a Napoli e a Reggio Emilia).

La Procura della Repubblica di Torino ha presentato ricorso in Cassazione contro questo provvedimento. Se il ricorso dovesse essere accolto, il processo ripartirà da Torino con l’ipotesi di omicidio a carico di Stephan Schmidheiny.

«Speriamo che questa volta ci sia giustizia per le vittime. Appare incredibile che Stephan Schmidheiny sia stato processato per disastro ambientale dopo che il reato era già prescritto. Per quale motivo la Procura della Repubblica di Torino non si è mossa tempestivamente? E ancora, per quale motivo il procuratore Guariniello non ha contestato il reato di omicidio volontario e/o colposo già nel primo processo Eternit? Come mai in sostanza Stephan Schmidheiny ha potuto impunemente porre in essere le condotte contestate negli anni ’70 e ’80, senza che alcuno lo ostacolasse? Crediamo nella giustizia e quindi siamo fiduciosi che si faccia luce sulle responsabilità per le migliaia di morti di amianto in Italia, molte delle quali ascrivibili all’amianto prodotto e lavorato dalla multinazionale Eternit», dichiara l’Avv. Ezio Bonanni, legale di parte civile nel procedimento e presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto.

 

Article source: https://www.agenpress.it/notizie/2017/12/11/processo-eternit-bis-udienza-13-dicembre-2017/


Quale può essere il giusto risarcimento per la morte di un figlio per malformazioni non diagnosticate? Lo spiega la …

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Alla base della pronuncia della Corte c’è la vicenda di una bambina nata con una malattia congenita associata a gravi malformazioni strutturali e fuzionali, non diagnosticata dal medico ecografista (non dando quindi alla donna la possibilità di ricorrere ad IVG) e a seguito della quale la bimba era morta dopo appena un anno di vita. Dopo una prima sentenza a loro sfavorevole i due genitori ottenevano in appello un risarcimento complessivo di 200mila euro che ritenevano però “incongruo” e “irrisorio”. LA SENTENZA.

11 DIC – Come si può quantificare il danno subito da due genitori per la morte della figlia di un anno a seguito di una malattia congenita (sindrome di Goldenhar) la cui mancata diagnosi ha impedito alla madre di poter valutare il ricorso all’aborto nei termini previsti dalla legge in caso di danni psichici o fisici alla donna?

Se ne occupa una recente sentenza della Cassazione (sentenza 29333/2017)  che, nel dare ragione alla coppia sul diritto ad essere risarcita, ha però respinto il ricorso della coppia stessa che lamentava come il risarcimento stabilito in secondo grado di giudizio non fosse congruo rispetto ai danni subiti.

Il fatto
Alla base della pronuncia della Corte di Cassazione c’è infatti la vicenda di una bambina nata con questa malattia congenita associata a gravi malformazioni strutturali e fuzionali, non diagnosticata dal medico ecografista (non dando quindi alla donna la possibilità di ricorrere ad IVG) e a seguito della quale la bimba era morta dopo appena un anno di vita.
Dopo una prima sentenza a loro sfavorevole i due genitori, che avevano chiamato in causa l’ecografista, ottenevano un risarcimento complessivo di 200mila euro in Corte d’Appello (le tabelle del Tribunale di Milano indicano un minimo di 163mila euro).

Un risarcimento ripartito in modo asimmetrico tra padre e madre: al primo andava il 40% della somma e alla seconda il restante 60 per cento.
 
I due genitori non si ritenevano però soddisfatti e ricorrevano in Cassazione per quattro ragioni:

-  il risarcimento stabilito veniva considerato incongruo rispetto ai danni subiti che, secondo i due genitori, non si potevano limitare a quello direttamente ascrivibile al decesso ma avrebbero dovuto tener conto, tra l’altro, anche del danno conseguente alla preclusone del diritto di ricorrere all’aborto mancato aborto;

-  il risarcimento veniva poi definito irrisorio in termini quantitativi rispetto ai danni subiti e non si accettava neanche la suddivisone 60/40 tra madre e padre ritenuta irragionevole;

-  veniva poi censurato il fatto che la Corte d’Appello aveva considerato infondata la richiesta avanzata di riconoscere anche i danni subiti dalla bambina per le sofferenze patite nel suo unico anno di vita;

-   e infine, con il quarto motivo, i due genitori si dogliavano del mancato riconoscimento del danno subito per le spese sostenute per le cure e il mantenimento della bambina.

La sentenza
La Corte di cassazione ha però respinto tutte le quattro motivazioni ritenendo congrue le decisioni assunte dalla Corte d’Appello.

Rispetto al primo motivo di ricorso la Corte ha sottolineato che “ … la censura  non considera  che il  richiamo  alle tabelle  relative  al danno parentale è stato compiuto  dalla  Corte a titolo meramente orientativo (ossia al dichiarato scopo di  evitare  liquidazioni arbitrarie), giacché nel caso non si trattava, in effetti, di ristorare la perdita di un rapporto parentale causata  dall’inadempimento  del medico, ma di risarcire ii dolore (per una morte verificatasi per cause naturali) che i genitori hanno dovuto affrontare a causa della mancata diagnosi delle malformazioni e della consequenziale mancata interruzione della gravidanza;  rispetto  a  tale  pregiudizio,  la liquidazione   – tutt’altro   che   irrisoria -   costituisce   ii   risultato   di  un apprezzamento equitativo che non viola norme o criteri giuridici e che non è sindacabile in sede di legittimità  (neppure  sotto  ii  dedotto profilo della  motivazione apparente)”.

Rispetto alla suddivisione – secondo motivo – tra madre e padre della somma, la Cassazione ha spiegato che la differenza si fonda sulla preminenza del dolore della madre non solo per la facoltà venuta meno che la normativa  le dava nella  scelta di proseguire o interrompere la  gravidanza,  “ma  per  ii  naturale  svilupparsi dell’istinto materno già nel corso della gestazione e per l’intensità del dolore psichico legato alle malformazioni del  prodotto  del concepimento tali da portare alla morte ii proprio figlio, che anche inconsciamente una madre ricollega ad una propria responsabilità”.

Per ciò che concerne – terzo motivo – l’aver censurato da parte della Corte d’Appello la richiesta  riconoscere anche i danni subiti dalla bambina per le sofferenze patite nel suo unico anno di vita, la Cassazione sottolinea che i giudici di merito lo hanno fatto “in quanto  la lettura degli atti, pur se ampiamente riferiti alle sofferenze della bambina, evidenzia che i danni erano richiesti iure  proprio (sono i diritti che vengono acquisiti a seguito della morte di una persona, ma non per effetto della sua successione) e  non  iure hereditatis (dove il danno è riconosciuto come risarcibile a favore degli eredi solo se la vittima sia deceduta dopo un apprezzabile lasso di tempo). Rispetto a questo la Cassazione afferma che i  ricorrenti  si  sono  limitati  a lamentare un’erronea interpretazione della domanda, sostenendo che nella richiesta di tutti i danni non patrimoniali  doveva  intendersi compresa  quella  dei danni subiti dalla  figlia, ma non hanno censurato specificamente  l’affermazione  che  i danni  erano stati  richiesti  solo iure  proprio,  né hanno  evidenziato passaggi  degli atti introduttivi idonei a evidenziare l’erroneità della conclusione  della  Corte.

Infine, per quanto riguarda il mancato riconoscimento del danno subito per le spese sostenute per le cure e il mantenimento della bambina – quarta ragione del ricorso -, la Cassazione afferma che i ricorrenti non avevano provato esborsi e che questi non potevano essere liquidati in via equitativa perché non erano emersi “motivi idonei a rendere difficoltosa la documentazione”.  In questo senso quindi era presumibile, ritiene la Cassazione, che le spese affrontate durante l’anno di vita fossero state assolte dal Ssn, vista la mancanza di documentazione che provasse il contrario. Afferma la Corte, giudicando corretta l’interpretazione dei giudici di merito, che “non si trattava di spese future, bensì di spese che, essendo relative a un periodo già trascorso, avrebbero dovuto essere documentate. Né i ricorrenti hanno addotto ragioni idonee a giustificare la mancata documentazione, tali da rendere possibile il ricorso alla liquidazione equitativa”.

Secondo la Cassazione quindi, il richiamo alle tabelle di Milano relativo al danno parentale è stato correttamente eseguito dal giudice di merito a titolo solo indicativo, per evitare liquidazioni arbitrarie. Si tratta di una liquidazione che costituisce “il risultato di un apprezzamento equitativo che non viola norme o criteri giuridici e che non è sindacabile in sede di legittimità”.

La Corte ha ribadito che la somma equa per i coniugi deve intendersi di ristoro non per un inadempimento del medico, ma per risarcire il dolore (per una morte verificatasi per cause naturali) che i genitori hanno dovuto affrontare a causa della mancata diagnosi delle malformazioni e della conseguente mancata interruzione della gravidanza.

Rispetto a questo quindi la liquidazione costituisce il risultato di un apprezzamento equitativo che non viola norme o criteri giuridici e che non è sindacabile in sede di legittimità.

11 dicembre 2017
© Riproduzione riservata


Allegati:

La sentenza della Cassazione

Article source: http://www.quotidianosanita.it/lavoro-e-professioni/articolo.php?articolo_id=56835