Monday, 23 Oct, 2017
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Archive for December, 2016

Quindici anni di processi per spostare i vasi condominiali

Quindici anni di battaglie giudiziarie e ben cinque processi, due dei quali in Cassazione. E tutto per dei vasi posizionati in un cortile condominiale in una casa del centro di Fondi, in via Cavour. Questi i tratti salienti di una vicenda ora definita dalla Corte di Cassazione, con protagoniste due donne, una di 90 anni e l’altra di 65.

La 90enne, il 9 maggio 2001, sostenendo di essere la sola proprietaria di un cortile antistante la sua abitazione, sulla scorta di una divisione dei beni compiuta nove anni prima, citò davanti al Tribunale di Latina la vicina, di 25 anni più giovane, affinché i giudici condannassero la donna a rimuovere i vasi dal cortile, dichiarassero inesistenti i diritti o servitù della vicina su quel bene e le ordinassero di astenersi da ulteriori “molestie”. Una richiesta respinta dal Tribunale nel 2003, ritenendo la natura comune e indivisa del cortile, ma accolta, tra una perizia e l’altra dalla Corte d’Appello di Roma. La 65enne non si è arresa e, nel 2010, ha ottenuto dalla Cassazione l’annullamento della sentenza, con rinvio a un’altra sezione della Corte d’Appello.

E questa volta i giudici capitolini hanno respinto la richiesta della 90enne, decisione ora confermata dalla Suprema Corte, che ha anche condannato l’anziana alle spese.

Article source: http://www.h24notizie.com/2016/12/quindici-anni-processi-spostare-vasi-condominiali/


Repechage: consenso espresso del lavoratore oppure obbligo imposto dal datore?

In tema di repechage del lavoratore licenziato, la vicinanza territoriale con altri rami (o sedi) dell’azienda può influire sulla gestione interna e sulla valutazione della legittimità del licenziamento? E su chi grava l’onere di dimostrare la disponibilità al reimpiego? A queste domande risponde la Corte di Cassazione con la sentenza n. 26467/16 depositata il 21 dicembre.

Il caso. Un lavoratore di una nota catena di supermercati impugnava il proprio licenziamento, motivato dalla soppressione del posto di lavoro. Il giudice di primo grado accoglieva la domanda, dando risalto alla possibilità che il dipendente fosse reimpiegato in mansioni equivalenti o inferiori, consentendogli così di conservare il proprio posto di lavoro. In secondo grado il giudizio veniva ribaltato, a causa del fatto che «la violazione dell’obbligo di repechage […] non aveva formato oggetto di idonee deduzioni in punto di fatto da parte del lavoratore»: quest’ultimo, infatti, non aveva indicato alcuna posizione lavorativa in cui avrebbe potuto essere ricollocato, ma aveva genericamente elencato possibili mansioni a lui attribuibili. Avverso tale sentenza egli ricorreva in Cassazione.

Il criterio della vicinanza territoriale. Il ricorrente lamenta che, mentre lui, unico manutentore in azienda, era stato licenziato, il datore di lavoro aveva invece mantenuto in servizio i due manutentori dei punti vendita vicini. Inoltre è toccato al lavoratore allegare gli elementi in base ai quali era desumibile il contrasto della scelta con gli obblighi di buona fede e correttezza.
Ma la Corte rileva come il criterio della vicinanza territoriale, che permette la comparazione con altri dipendenti di altre sedi aziendali, non è obbligatoria, se non nelle ipotesi di licenziamento collettivo, come una nutrita giurisprudenza riconosce.

Il reimpiego del lavoratore. Il ricorrente, inoltre, lamenta il fatto che la Corte abbia ritenuto provata l’impossibilità di reimpiegarlo, «in ragione della mancanza di assunzioni nel periodo successivo al licenziamento», senza però tener conto delle assunzioni immediatamente precedenti. Ma anche questo motivo non va atteso, in quanto esso introduce allegazioni nuove, non dedotte nei giudizi di merito, ed è una doglianza «all’evidenza generica».

L’assegnazione a mansioni inferiori e l’onere della prova. Da ultimo, il lavoratore lamenta di essere stato attribuito a suo carico l’onere di dimostrare la propria disponibilità a svolgere mansioni diverse e di livello inferiore, mentre esso doveva necessariamente ricadere sul datore di lavoro, essendo interamente rimessa a quest’ultimo l’individuazione dei tempi del licenziamento e la proposta di un elenco di nuove mansioni.
Secondo la Suprema Corte questo motivo è fondato.
La Corte riconosce l’inversione dell’onere della prova, ma in situazioni del tutto diverse, quali quelle in cui «la soppressione della posizione lavorativa riguardi uno od alcuni soltanto di più posti omogenei e fungibili presso una stessa sede di lavoro». Nel caso di specie, però, il lavoratore era l’unico manutentore in servizio, motivo per cui non vi era margine discrezionale, nel caso di riorganizzazione aziendale.
L’eventuale patto di demansionamento, anteriore o contemporaneo al licenziamento, ha bisogno del consenso espresso del lavoratore, al quale però vanno prospettate altre mansioni in cui potrà essere utilizzato. E’ dunque il datore di lavoro a dover provare le due seguenti cose: l’inesistenza di posizioni di lavoro assegnabili al licenziando (o licenziato) per l’espletamento di mansioni equivalenti; e, fallendo ciò, la prospettazione al lavoratore della possibilità di reimpiego in mansioni che, seppur rientranti nel suo bagaglio professionale, sono comunque inferiori a quelle precedenti.
Per questi motivi la Corte cassa la sentenza impugnata e rinvia alla giudice d’appello.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

 

Article source: http://www.lastampa.it/2016/12/30/italia/i-tuoi-diritti/repechage-consenso-espresso-del-lavoratore-oppure-obbligo-imposto-dal-datore-JqA1UWEyLu1DrGp3ccuIEN/pagina.html


La pensione di reversibilità spetta al figlio maggiorenne solo se inabile al lavoro

In caso di morte del titolare di pensione di invalidità, la pensione di reversibilità spetta a coniuge e figli minorenni, mentre ai figli maggiorenni spetta solo qualora essi siano riconosciuti inabili al lavoro e a carico del genitore al momento del decesso di quest’ultimo. Lo ha affermato la Corte di Cassazione nell’ordinanza n. 26181/16 del 19 dicembre.

Il caso. Il figlio agiva per il riconoscimento del diritto alla reversibilità della pensione di inabilità goduta dalla madre convivente deceduta, negato dall’INPS per insussistenza del requisito dello stato di inabilità. La sua domanda veniva accolta e l’INPS adiva la Corte d’appello che confermava la prima pronuncia. L’INPS si rivolgeva dunque alla Corte di Cassazione.

L’”inabilità”. Il requisito dell’”inabilità” previsto dall’articolo n.8 della Legge n. 222/1984, richiesto ai fini del riconoscimento del diritto alla pensione di reversibilità ai figli superstiti del lavoratore o del pensionato, deve essere operato secondo un criterio concreto: avendo riguardo al possibile impiego delle eventuali energie lavorative residue in relazione al tipo di infermità e alle generali attitudini del soggetto, in modo da verificare la permanenza di una capacità dello stesso di svolgere attività idonee ai sensi dell’articolo n. 36 della Costituzione e tali da procurare una fonte di guadagno non simbolico.
In caso di morte del titolare di pensione di invalidità, poi, la pensione di reversibilità spetta a coniuge e figli minorenni, mentre ai figli maggiorenni spetta solo qualora essi siano riconosciuti inabili al lavoro e a carico del genitore al momento del decesso di quest’ultimo.
Non essendo stata effettuata tale verifica dalla Corte territoriale, il ricorso viene accolto con cassazione e rinvio della sentenza.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

 

Article source: http://www.lastampa.it/2016/12/30/italia/i-tuoi-diritti/cittadino-e-istituzioni/la-pensione-di-reversibilit-spetta-al-figlio-maggiorenne-solo-se-inabile-al-lavoro-pYnDdG6yEHHGsv5r1ahHCN/pagina.html


L’omosessualità (anche se dubbia) è elemento di valutazione nella concessione dello status di rifugiato?

E, inoltre, come va valutata l’“indiscriminatezza” della violenza, requisito per la concessione della protezione sussidiaria? Non essendovi indici precisi da cui dedurre il grado di pericolosità di un luogo, su cosa ci si deve basare nella valutazione? Di questi argomenti si occupa la Corte di Cassazione con la sentenza n. 26884/16 depositata il 22 dicembre.

Il caso. Un cittadino nigeriano chiedeva il riconoscimento dello status di rifugiato e l’ottenimento della protezione sussidiaria. La competente commissione territoriale gli riconosceva, però, soltanto il diritto al permesso di soggiorno, essendo egli fuggito dai tumulti della cd. “primavera araba”. Avverso tale pronuncia adiva il Tribunale, il quale accoglieva parzialmente la sua domanda, negando il summenzionato status ma concedendo la protezione sussidiaria. Il Ministero dell’Interno proponeva appello.
La Corte adita riteneva poco credibile il racconto dell’appellato e, soprattutto, insussistente il requisito della violenza indiscriminata su tutto il territorio nigeriano, specialmente nella città di Lagos, da cui egli proveniva. Veniva quindi avanzato ricorso in Cassazione da parte del cittadino nigeriano.
L’appello è generico. Dapprima la Corte di Cassazione rileva come sia da riconoscere la fondata l’eccezione di inammissibilità dell’appello per genericità, proposta dal ricorrente.
In primo grado si era parlato della «violenza indiscriminata […] quale conseguenza di un conflitto armato interno», la quale veniva poi messa in dubbio in appello; il modo, però, in cui si contesta tale fatto allegato è generico e impreciso, sottolinea la Suprema Corte: il giudice ha omesso la verifica della situazione concretamente esistente nella regione di provenienza dell’interessato e non ha sottoposto a critica le fonti che invece corroborerebbero tale conclusione. La decisione di secondo grado «si dilunga in considerazioni generiche» e nel richiamo di precedenti giurisprudenziali poco pertinenti, senza però argomentare bene la vicenda nel merito.
Già queste considerazioni valgono affinché il ricorso vada accolto, motivo per il quale la sentenza impugnata viene cassata senza rinvio, per inammissibilità dell’appello, con conseguente passaggio in giudicato della sentenza di primo grado.

Era davvero omosessuale? L’ultimo motivo di doglianza per il ricorrente, infine, è nel senso di ottenere il succitato status di rifugiato. Anch’esso, però, è connotato da genericità e consiste in semplici critiche di merito alla statuizione di non credibilità del racconto del ricorrente.
Punto dolente nella sua versione della storia è quello della propria allegata omosessualità, la quale è penalmente sanzionabile in Nigeria ed era stata dedotta in giudizio dall’extracomunitario proprio a sostegno dell’accoglimento delle domande di cui sopra.
La Corte di Cassazione trova invece giustificato, contrariamente alle altre censure, il “dubbio” del giudice di seconde cure a proposito dell’orientamento sessuale dedotto in giudizio. E la Corte d’appello, qui, non è più incorsa in vizio di genericità, poiché, dice la Suprema Corte, era stata considerata poco plausibile «la dedotta ignoranza di detta condizione da parte di sua moglie, dalla quale aveva avuto due figli» e tanto basterebbe, in astratto, a poter esaminare di nuovo la vicenda per una nuova valutazione nel merito.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

 

Article source: http://www.lastampa.it/2016/12/30/italia/i-tuoi-diritti/cittadino-e-istituzioni/lomosessualit-anche-se-dubbia-elemento-di-valutazione-nella-concessione-dello-status-di-rifugiato-JeeXSr1OzNtZha8WGYzXKN/pagina.html


Al Presidente Corte Suprema di Cassazione, Giovanni Canzio, la …

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Questa mattina, venerdi 30 dicembre, nell’aula consiliare del Comune di Rieti il sindaco Simone Petrangeli e il presidente del Consiglio comunale Gian Piero Marroni, hanno conferito al Primo Presidente della Corte Suprema di Cassazione, Giovanni Canzio, la cittadinanza benemerita.

Presenti la famiglia del Primo Presidente, ma anche cittadini che hanno voluto assistere ad un’importante cerimonia di ringraziamento ad un reatino d’adozione, che da molti anni vive a Rieti e che ama questa città.

Giovanni Canzio, durante la cerimonia, ha ricordato le memorie del Magistrato Alberto Calenda caduto sul lavoro e del magistrato mario Amato assassinato dai NAR nel 1989.

“Era una bella magistratura che viveva il suo ruolo, come uomini delle istituzioni a servizio dello Stato. Il ricordo più bello dell’attività professionale? C’era una sorte di collettivo, il piacere della collegialità, giorno dopo giorno si passava da una riunione all’altra, con colleghi con i quali si aprivano tavoli, si discuteva, a volte si condividevano le preoccupazioni. La mia gratitudine è per chi ha compreso che il nostro metodo di lavoro era per l’accertamento della verità. Stamattina esattamente 35 anni fa (1982) sono entrato qui per sposarmi civilmente quando come sindaco c’era Vella. C’erano gli studenti di mia moglie che al tempo insegnava alle medie e i miei figli.” – Ha commentato Canzio.

“La comunità non può perdere i giovani, sono necessarie iniziative serie. Ai tempi Rieti era una città con una grande aspettativa, fremeva, si parlava di università, teatro, della presenza di importanti aziende nel tessuto industriale reatino. Non è destinata a vivere di agricoltura o religiosità, ma i fermenti sono sicuro che ci siano anche oggi. Trovare i percorsi ottimali per dare nuova linfa ai giovani. La chiave di tutta la mia professione? Ho sempre creduto che la nostra vita è fatta di tanti errori, il mio faro è sempre stato uno: rispettare la dignità di chi si ha di fronte, la cifra che rende l’uomo migliore. Non avrei meritato questo attestato se non fossi stato rispettoso dell’altro.” Ha concluso il Primo Presidente della Corte Suprema di Cassazione, dott. Giovanni Canzio, che ha avuto anche un pensiero per Amatrice ed Accumoli, considerate passato e futuro del nostro Paese.

La cittadinanza benemerita è stata assegnata con le seguenti motivazioni: “Insigne magistrato che nel corso di una lunga e brillante carriera ha assunto prestigiosi incarichi professionali culminati con la nomina a Primo Presidente della Corte di Cassazione. Caratterizzato da profondo equilibrio, ha manifestato doti di grande professionalità e levatura morale, ispirandosi ai valori dell’onestà, della legalità e del senso delle Istituzioni. Nel corso della sua attività professionale ha incessantemente incarnato i principi costituzionali dell’Uguaglianza dei cittadini davanti alla Legge, dell’autonomia ed indipendenza dell’Ordine della Magistratura, nel rigoroso riconoscimento del primato della Legge. Il suo impegno e la sua autorevolezza hanno sempre suscitato il vivissimo apprezzamento nell’opinione pubblica contribuendo ad elevare l’immagine della Città di Rieti cui egli è sempre rimasto legato e della quale è un autorevole rappresentante”.

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Article source: http://rietinvetrina.it/al-presidente-corte-suprema-di-cassazione-giovanni-canzio-la-cittadinanza-benemerita/