Tuesday, 27 Jun, 2017
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Archive for May, 2017

Memorandum sul dialogo tra le giurisdizioni (con nota di Beniamino Caravita)

federalismi.it pubblica l’importante memorandum firmato il 15 maggio 2017, alla presenza del Capo dello Stato, dai Presidenti della Corte di Cassazione, del Consiglio di Stato e della Corte dei conti, e dai Procuratori generali presso la Corte di Cassazione e la Corte dei Conti.

Il memorandum prende le mosse dal tema cruciale della nomofilachia e della unità dell’ordinamento. Anche se non direttamente costituzionalizzati e, talvolta, culturalmente discussi, si tratta di veri e propri valori ordinamentali, immanenti al nostro sistema costituzionale (spunti in questo senso si ricavano da Corte cost., sent. 30 del 2011 e 119 del 2015; ma, a testimonianza di un tema vissuto in maniera sofferta, v. Corte cost., 230 del 2012). Non esiste, in verità, tutela delle situazioni soggettive se non vi è certezza del diritto; non vi è certezza del diritto se l’ordinamento non è ispirato al principio di unità, che si può raggiungere non già nel momento della produzione del diritto, che necessariamente risente della pluralità degli interessi sociali, bensì proprio in quello della applicazione giudiziaria. La vita dei cittadini, la tenuta del tessuto economico, la capacità di attrattiva imprenditoriale sono messe in pericolo da una continua, permanente, patologica situazione di incertezza nell’applicazione concreta delle regole che disciplinano la convivenza civile, sociale, economica.

Nelle democrazie moderne, sociali, pluraliste, aperte, parte di un mondo globalizzato, la tensione verso l’unità è minacciata da molteplici fattori: la presenza di una pluralità di fonti differenziate e diversamente collocate, non più riconducibili alla produzione statale; la difficile convivenza di numerosi livelli giurisdizionali, non solo nazionali, bensì anche sovranazionali e regionali, internazionali, specializzati; la continua tensione tra rispetto del precedente e autonomia del giudicante, che rende impossibile – e non accettabile – un rigido congelamento delle interpretazioni giurisprudenziali. Nella concreta situazione italiana, si aggiunge la scelta costituzionale (ai sensi degli articoli 102, 103, 108) di costruire (o, meglio, mantenere) un modello in cui sono compresenti una giurisdizione ordinaria, una giurisdizione amministrativa, una giurisdizione contabile, che trovano una loro unificazione davanti alla Corte di cassazione ma per i soli profili della giurisdizione.

Negli ultimi anni, come ricorda il memorandum, sono stati effettuati molti interventi per elevare il tasso di unitarietà degli orientamenti giurisprudenziali all’interno dei diversi plessi giurisdizionali, tutti confermati positivamente dalla Corte costituzionale. Fermo rimanendo il comune riferimento alla Corte di giustizia dell’Unione europea, garante dell’unità dell’interpretazione del diritto europeo, e prudentemente lasciato sullo sfondo il tema della collocazione della Corte costituzionale (la quale, attraverso il continuo richiamo al diritto vivente, sicuramente entra a giocare un ruolo, almeno in quanto sede di eliminazione  dall’ordinamento della norma vivente incostituzionale), rimane aperta la questione della difformità degli orientamenti tra le diverse giurisdizioni.

Il memorandum si propone di affrontare tale questione: alcuni rimedi sono di carattere organizzativo interno, volti ad un sicuramente apprezzabile maggior scambio di informazioni e ad un miglior coordinamento tra i vertici delle tre  giurisdizioni; altri mirano condivisibilmente  ad un ripensamento culturale che (ri)metta in primo piano il valore dell’unità dell’ordinamento rispetto a letture che pongono l’accento sul valore dell’autonomia interpretativa; altri sono sicuramente più impegnativi. Tanto vale soprattutto per il punto 4. dove si può leggere: “valutare, previe opportune consultazioni al proprio interno e con i competenti organi di autogoverno, la possibilità di promuovere l’introduzione di norme, a Costituzione invariata, che consentano forme di integrazione degli organi collegiali di vertice con funzioni specificamente nomofilattiche delle tre giurisdizioni (Sezioni Unite civili della Corte di cassazione, Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato, Sezioni Riunite della Corte dei conti) con magistrati di altre giurisdizioni, quando si trattino questioni di alto e comune rilievo nomofilattico, ivi comprese, per le Sezioni Unite civili della Corte di cassazione, quelle attinenti alla giurisdizione”.

Hic Rodhus, hic salta. Dato per scontato il valore dell’unitarietà, qui sta il nocciolo della questione: sotto tre diversi profili. In primo luogo se, ma probabilmente solo con una modifica costituzionale, siano opportune soluzioni come quella francese del Tribunal des conflits, creato nel 1872 con composizione paritario tra Cassazione e Consiglio di Stato; in secondo luogo se, a Costituzione vigente, siano ammissibili interventi organizzativi che mirino ad una ibridazione della composizione degli organi di vertice delle magistrature ordinaria, amministrativa, contabile. In terzo luogo, se tali interventi – ferma rimanendo la insopprimibile esigenza di una discussione che avvenga nella sfera della Öffentlichkeit – debbano essere assunti con interventi di rango legislativo (soluzione preferibile, ai sensi degli articoli 102 e 108 Cost., ma di cui ne va valutata la condivisione) ovvero con interventi che rimangono nell’area della autonomia organizzativa dei vertici coinvolti.

L’esistenza della esigenza nomofilattica, non solo all’interno delle diverse giurisdizioni, bensì anche tra di loro, è innegabile: i danni derivanti dai contrasti tra le giurisdizioni sono ormai inaccettabili (basti pensare alle questioni del risarcimento del danno derivante da lesione degli interessi legittimi; alla traslatio iudicii; ai limiti al giudizio di ottemperanza; al riparto tra giudice ordinario e giudice contabile per l’azione di responsabilità nelle società pubbliche; alle diverse interpretazioni degli obblighi della p.a. tra giudice ordinario, giudice amministrativo, giudice contabile; ecc.). Gli strumenti tecnici e organizzativi, però, devono essere ancora definiti e precisati: il tema verrà seguito da federalismi.it con la consueta attenzione scientifica e istituzionale, chiamando a discutere studiosi e operatori di ogni orientamento culturale.

Beniamino Caravita

Article source: http://www.federalismi.it/nv14/articolo-documento.cfm?hpsez=Primo_Piano&content=Memorandum+sul+dialogo+tra+le+giurisdizioni+%3Cb%3E(con+nota+di+Beniamino+Caravita)%3C/b%3E&content_auth=&Artid=34087


Convegno M5S sulla giustizia. Davigo: “Io premier? Non sono interessato”

La marcia del Movimento 5 stelle verso il voto è scandita dagli incontri e dai convegni, come quello organizzato da Luigi Di Maio e Alfonso Bonafede che si tiene alla Camera dal titolo «Questioni e visioni di giustizia – Prospettive di Riforma». Tra i relatori, il presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione Raffaele Cantone, il presidente emerito della Corte costituzionale Ugo De Siervo, e alcuni eroi del pantheon pentastellato, tra cui il magistrato Piercamillo Davigo e il sostituto procuratore di Palermo Nino Di Matteo, inserito dal blog di Beppe Grillo tra i votabili alle quirinarie nel 2014. 

 

«Il nostro obiettivo è coinvolgere le migliori forze del Paese», dice Luigi Di Maio, che ha organizzato insieme al deputato Alfonso Bonafede l’incontro con giudici ed esperti del settore. Alla ricerca, quindi, di una classe dirigente considerata dai vertici «fondamentale» per la costruzione del proprio programma politico – ormai alle limature finali -, così come per la formazione della possibile squadra di governo che sarà. Un governo nel quale non vuole però entrare il presidente della II sezione penale della Corte di Cassazione Davigo, accostato nelle ultime settimane ai Cinque stelle come candidato premier, o come loro ministro della Giustizia. «Non sono interessato alla politica ma ai politici che rubano», risponde alla platea (dove siede una nutrita truppa grillina), esplosa poco prima in un corale “magari” alla domanda sulle voci di un suo coinvolgimento nei piani pentastellati.  

 

«I magistrati non sono capaci di fare politica, non sanno gestire il consenso», ha spiegato Davigo, aggiungendo però poco dopo che «se fossi al governo chiederei la confisca dei beni che non possono essere giustificati dal proprio reddito». Proposta, questa, cui segue un attacco feroce all’attuale governo Renzi e al ministro della Giustizia Orlando, le cui riforme vengono considerate dal presidente della Corte di Cassazione «inutili e dannose. Ho smesso di cercare un senso politico nelle cose che fanno». 

 

Nel pomeriggio seguiranno gli interventi del presidente dell’Anac Raffaele Cantone e del pm Di Matteo, chiamati a parlare rispettivamente di prevenzione della corruzione nella Pa e di lotta alle vecchie e nuove mafie. 


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Alcuni diritti riservati.

Article source: http://www.lastampa.it/2017/05/31/italia/politica/convengo-ms-sulla-giustizia-davigo-io-premier-non-sono-interessato-IVayKFNlHcIQQqWMoqgv9M/pagina.html


Spaghetti “Made in Italy”, giro di vite della Cassazione

La Corte di Cassazione ha censurato l’utilizzo di segni distintivi impropriamente richiamanti il Made in Italy su confezioni di spaghetti di origine estera. E’ quanto afferma Coldiretti nel commentare il pronunciamento della suprema Corte, che ha confermato la violazione delle norme sul Made in Italy nel caso del maxi sequestro nel porto di Genova di circa un milione di chili di spaghetti prodotti in Turchia per il pastificio campano Garofalo di Gragnano.

Indicazioni ingannevoli

Secondo la Cassazione, il Tribunale del Riesame ha visto giusto nel congelare l’ingente carico ritenendo fallaci le indicazioni apposte sulla pasta, tali da ingannare il consumatore sulla provenienza della merce e da integrare l’ipotesi penale poiché la scritta “Made in Turkey” era poco visibile e facilmente cancellabile, mentre era in bella vista il richiamo all’Italia e a Gragnano. La Cassazione inaugura così una linea molto severa in tema di tutela del Made in Italy. La decisione infatti condanna penalmente l’evocazione esplicita dell’italianità dei prodotti di provenienza o di origine estera e costituisce un precedente importante che riforma un precedente orientamento che escludeva la stessa contestazione riguardo al mero passaggio in dogana di pasta di provenienza turca diretta in Africa. Ora anche la mera custodia in area doganale obbliga all’osservanza della legge che punisce l’importazione, l’esportazione o la commercializzazione di prodotti recanti false o fallaci indicazioni di provenienza o origine.

Article source: https://www.foodweb.it/2017/05/spaghetti-made-italy-giro-vite-della-cassazione/


Medico in congedo parentale per assistere la madre. Ma in realtà viveva con moglie e figli. Per la Cassazione non c’è …

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Il medico che sfrutta il congedo parentale per assistere la madre malata con cui dichiara di essere convivente, ma poi dimora altrove con moglie e figli, non è un “furbetto” né trasgredisce l’articolo 42, comma 5 del Dlgs 151/2001. Questo perché l’importante è che, comunque, garantisca la prestazione di un’assistenza assidua e continuativa alla portatrice di handicap. LA  SENTENZA.

31 MAG – Il medico che sfrutta il congedo parentale per assistere la madre malata con cui dichiara di essere convivente, ma poi dimora altrove con moglie e figli, non è un “furbetto” né trasgredisce l’articolo 42, comma 5 del Dlgs   151/2001 in cui si dice che “il coniuge convivente di soggetto con handicap in situazione di gravità accertata … ha diritto a fruire del congedo di cui al comma 2 dell’articolo 4 della legge 8 marzo 2000, n. 53, entro sessanta giorni dalla richiesta. In caso di mancanza, decesso o in presenza di patologie invalidanti del coniuge convivente, ha diritto a fruire del congedo il padre o la madre anche adottivi; in caso di decesso, mancanza o in presenza di patologie invalidanti del padre e della madre, anche adottivi, ha diritto a fruire del congedo uno dei figli conviventi; in caso di mancanza, decesso o in presenza di patologie invalidanti dei figli conviventi, ha diritto a fruire del congedo uno dei fratelli o sorelle conviventi”.

 

Questo perché l’importante è che, comunque, garantisca la prestazione di un’assistenza assidua e continuativa alla portatrice di handicap.

 

A deciderlo è la Cassazione penale che con la sentenza 24470 del 17 maggio scorso con la quale ha rigettato la sentenza sfavorevole al medico della Corte di Appello, dopo che questo era stato assolto in primo grado dal Gip di Genova.

Con sentenza in data 6.12.2012 il Giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Genova, all’esito di giudizio abbreviato, assolveva perché il fatto non costituisce reato R.F.M. dal delitto di truffa aggravata ai danni della ASL 3 genovese per aver falsamente asserito di essere convivente con la madre affetta da gravi disabilità, palesando la necessità di assisterla, ottenendo così dall’ente di appartenenza un congedo straordinario retribuito per l’assistenza alla predetta, e svolgendo invece attività libero-professionale quale medico psichiatra presso la casa di quest’ultima.

 

Il medico residente anagraficamente presso la madre, portatrice di handicap grave, e di fatto dimorante, invece, con moglie e figlia presso altra abitazione, aveva ottenuto l’autorizzazione di svolgere attività intramoenia, comprensiva di utilizzare lo studio professionale presso tale abitazione.
Successivamente gli era stato concesso un periodo di aspettativa retribuita al 100%, per assistere la propria madre, ma le indagini avevano consentito di verificare l’utilizzo dello studio presso l’abitazione di quest’ultima per visite private, in tale periodo, come riconosciuto anche da un paziente sorpreso sul posto dai carabinieri.

 

La sentenza di primo grado, sulla base delle dichiarazioni rese dalla badante della madre e di numerose altre dichiarazioni assunte mediante indagini difensive, ha ritenuto che l’imputato avesse proseguito l’attività libero-professionale, ma solo sporadicamente e in minima parte rispetto all’attività professionale nel periodo precedente l’aspettativa, e ciò in violazione della normativa di cui beneficiava, ma senza incidenza determinante sull’ipotesi di reato contestata, avendo comunque tale attività consentito all’imputato di assistere la madre, grazie alla sua quotidiana presenza presso l’abitazione di questa, in tal modo integrando la semplice assistenza domestica della badante.

 

Decidendo sull’appello proposto dal Procuratore Generale della Repubblica presso la Corte di Appello di Genova, la Corte territoriale  invece, riconosceva la penale responsabilità del medico, condannandolo alla pena ritenuta di giustizia.
La Corte territoriale ha ritenuto le prime dichiarazioni rilasciate dalla teste “più genuine” di quelle dalla rese all’udienza del 17 dicembre 2012, che avevano attenuato la portata delle prime, e ha contestato, invece, l’attendibilità delle testimonianze acquisite dalla difesa, rilevando una convergenza di interessi tra l’imputato ed i suoi pazienti visitati in nero.

 

Premesso, quindi, che l’assistenza prevista per la concessione del congedo in questione deve avere necessariamente carattere personale e non delegabile, la Corte d’Appello riteneva provata una “intensa attività professionale dell’imputato nel periodo di congedo”, benché esercitata nell’abitazione della madre, ed affermava che tale attività e la prestazione lavorativa della badante portavano ad escludere che lo stesso avesse prestato alla madre il tipo di assistenza che costituisce il presupposto del congedo in questione.

 

La Cassazione invece ha ritenuto che in tema di assistenza al familiare portatore di handicap il concetto di convivenza non può essere ritenuto coincidente con quello di coabitazione poiché in tal modo si darebbe un’interpretazione restrittiva della disposizione che, oltre che arbitraria, sembra andare contro il fine perseguito dalla norma di agevolare l’assistenza degli handicappati, e sarebbe incomprensibile escludere dai benefici il lavoratore che conviva costantemente, ma limitatamente a una fascia oraria della giornata, con il familiare handicappato per prestargli assistenza in un periodo di tempo in cui, altrimenti, di tale assistenza rimarrebbe privo.

 

“Sono fondate, pertanto -  conclude la sentenza della Cassazione – , le censure addotte dal ricorrente con i motivi aggiunti, laddove ha dedotto che le difformi valutazioni espresse dalla Corte di Appello in relazione all’attendibilità di tali prove dichiarative sono viziate dalla mancanza di un nuovo esame della testimone, richiesta invece dall’insegnamento delle sezioni unite di questa Corte di Cassazione: si è, infatti, evidenziato che la previsione contenuta nell’art.6, par.3, lett. d) della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, relativa al diritto dell’imputato di esaminare o fare esaminare i testimoni a carico ed ottenere la convocazione e l’esame dei testimoni a discarico, come definito dalla giurisprudenza consolidata della Corte EDU – che costituisce parametro interpretativo delle norme processuali interne – implica che il giudice di appello, investito della impugnazione del pubblico ministero avverso la sentenza di assoluzione di primo grado, anche se emessa all’esito del giudizio abbreviato, con cui si adduca una erronea valutazione delle prove dichiarative, non può riformare la sentenza impugnata, affermando la responsabilità penale dell’imputato, senza avere proceduto, anche d’ufficio, ai sensi dell’art. 603, comma terzo, cod. proc. pen., a rinnovare l’istruzione dibattimentale attraverso l’esame dei soggetti che abbiano reso dichiarazioni sui fatti del processo, ritenute decisive ai fini del giudizio assolutorio di primo grado”.

31 maggio 2017
© Riproduzione riservata


Allegati:

La sentenza della Cassazione penale

Article source: http://www.quotidianosanita.it/lavoro-e-professioni/articolo.php?articolo_id=51321


Fittante, Miletta e Dattilo annunciano ricorso alla Corte di …

Se ieri veniva pubblicata la determina con la quale il Comune di Lamezia Terme dovrà riscuotere 140.270,08 euro da 5 ex amministratori, procedimento iniziato nel 2001 ai danni di Costantino Fittante, Ferdinando Miletta, Giovanni Dattilo, Maurizio La Scala e  Giuseppe Cristaudo, oggi alcune delle parti in causa (Costantino Fittante, Gianni Dattilo, Fernando Miletta) danno la loro versione del procedimento “smarcando” di responsabilità politiche la precedente amministrazione comunale, per come invece accusato dal sindaco Mascaro,
«La vicenda che ci riguarda ha una precisa origine. Nel 1992 siamo stati oggetto di un procedimento contabile da parte della Corte dei Conti per presunto danno erariale prodotto al Comune di Lamezia. Il procedimento contabile in tutte e due i gradi di giudizio si è concluso nel giugno 1996 con la nostra assoluzione definitiva e totale “per non avere prodotto danno erariale al Comune” nell’esercizio delle funzioni esercitate in qualità di Assessori da luglio 1990 a giugno 1991. A seguito di tale sentenza abbiamo chiesto al Comune il rimborso delle spese legali sostenute», viene spiegato nel comunicato stampa, «l’Amministrazione dell’epoca, in un primo momento (dicembre 1999) liquida a favore degli ex Amministratori tali spese e successivamente (a dicembre 2000), facendo perno su una lettura restrittiva delle norme di legge vigenti in materie e superando anche la prassi applicata da sempre da tutte le Amministrazioni d’Italia e consolidata riguardo al riconoscimento del diritto al rimborso, ne chiedeva l’immediata restituzione perché a suo giudizio non dovute».
La nota prosegue nel riepilogo rimarcando come «si istaura un contenzioso tra i cinque ex Amministratori (noi tre, difesi da unico collegio legale, più Giuseppe Cristaudo e Maurizio La Scala) e il Comune. Contenzioso che ancora è aperto. Una prima sentenza del Tribunale di Lamezia, datata aprile 2008, da torto a noi ricorrenti e ci condanna alla restituzione al Comune delle somme ricevute. Avverso tale sentenza presentiamo ricorso davanti alla Corte di Appello di Catanzaro».
Tra sentenza di primo grado, e quella di secondo, passeranno così 8 anni. Fittante, Miletta e Dattilo rimproverano a Mascaro che «nei casi simili, qualsiasi Amministrazione per precauzione evita di procedere alla emanazione degli atti necessari per il recupero delle somme. Attende quantomeno il pronunciamento della Corte, esercitando il potere discrezionale che gli appartiene, per evitare da una parte di istaurare un nuovo parallelo contenzioso conseguente all’inevitabile ricorso avverso degli interessati, e dall’altra per non correre  il rischio di vedere, come spesso succede, riformata la sentenza di primo grado a favore dei ricorrenti, con il risultato, in tal caso, di non incassare le somme pretese e di gravare sulle finanze del Comune gli onorari degli avvocati. Alla luce di ciò, si deve considerare corretto e saggio il comportamento dell’Ufficio Legale del Comune che ha ritenuto di non proporre in tutto questo tempo  l’azione per il recupero delle somme. La sentenza della Corte di Appello, che conferma quella del Tribunale, porta la data del maggio 2016, cioè quando Speranza e Piccioni avevano da un anno concluso i loro incarichi».
Non legittima secondo i 3 ex amministratori neanche l’attuale scelta dell’amministrazione Mascaro, reputando che «malgrado due sentenze univoche, rimanendo pendente l’impugnativa davanti alla Corte di Cassazione proposta da parte nostra, sarebbe stato opportuno che il Sindaco Mascaro usare la stessa saggezza e l’analoga prudenza evitando l’avvio delle procedure di recupero per come ha fatto con la delibera di giunta del 26 maggio scorso, con ciò istaurando una nuova controversia. Prendiamo atto che così non è stato. Difenderemo il nostro diritto nelle sedi competenti cominciando col chiedere la sospensiva al Giudice competente per quest’ultima iniziativa della Giunta, fiduciosi per altro che il nostro già depositato ricorso per Cassazione avverso la sentenza della Corte di Appello, formulato da un esperto, attento e competente avvocato di Roma e supportato anche da autorevoli pareri preventivi di altri avvocati e di qualche  docente universitario di diritto amministrativo, produrrà l’esito a nostro favore».

Article source: http://www.lameziainforma.it/notizia14570/Fittante-Miletta-e-Dattilo-annunciano-ricorso-alla-Corte-di-Cassazione-contro-gli-importi-da-restituire-al-Comune.html