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Immobili – Cassazione Civile: se l’immobile del contratto preliminare ha vizi insanabili non si parla di nullità ma di …

Immobili - Cassazione Civile: se l’immobile del contratto preliminare ha vizi insanabili non si parla di nullità ma di inadempimento

La Corte di Cassazione ha giudicato validamente costituito un contratto preliminare che obbligava le parti alla stipulazione di un contratto definitivo di compravendita di un immobile affetto da vizi insanabili, con la conseguenza che il venditore ha dovuto restituire il doppio della caparra versata a titolo di risarcimento dei danni.

 

Il caso, le fasi di merito

La controversia ha luogo a seguito alla scoperta di irregolarità edilizie insanabili di un immobile oggetto di un contratto preliminare di vendita.

Il promissario acquirente citava in giudizio, avanti il Tribunale di Napoli, la promittente venditrice dell’immobile e chiedeva di dichiararne l’inadempimento e la condanna al risarcimento dei danni in misura di Euro 30.000,00, pari al doppio della caparra versata, sostenendo che l’immobile oggetto del preliminare avesse vizi edilizi dei quali ignorava l’esistenza al momento della stipulazione del preliminare.

Il Tribunale accoglieva le domande della promissaria acquirente e la Corte d’Appello, a seguito dell’appello promosso dalla promittente venditrice, confermava la decisione di primo grado, rilevando come fosse stato accertato il grave inadempimento della promittente venditrice per l’incommerciabilità dell’immobile abusivo, visto il rigetto dell’istanza di condono.

 

Il ricorso in Cassazione

La promittente venditrice ricorre in Cassazione per violazione di legge e nullità della sentenza, in quanto le corti di merito avrebbero dovuto giudicare il contratto nullo, senza pertanto disporre la restituzione del doppio della caparra, in funzione della risoluzione contrattuale per inadempimento.

In sostanza, il ricorrente, pur riconoscendo l’abusività dell’immobile per la presenza di una sopraelevazione non condonata, l’incommerciabilità del bene e la mancanza di conoscenza di tale condizione dello stesso immobile dal parte del promissario acquirente, lamenta che la Corte d’Appello ha errato nel giudicare tardiva la questione della nullità del preliminare contrattuale, sollevata in secondo grado.

 

La decisione della Cassazione

La Cassazione, pur giudicando sotto il profilo processuale non corretta la decisione della Corte d’Appello, in quanto, come aveva correttamente contestato il ricorrente, la nullità di un contratto è rilevabile d’ufficio, ad ogni stato e grado del processo, ritiene l’errore irrilevante ai fini della decisione.

Sulla scorta del proprio orientamento, la Corte statuisce infatti che la norma sulla quale si fonda la sanzione della nullità di un contratto che ha ad oggetto vicende negoziali relative ad immobili con vizi insanabili (Legge 28 febbraio 1985, n.47, art. 40), come quello del caso, fa riferimento esclusivamente ai contratti con effetti traslativi, come sarebbe stato il contratto definitivo di vendita, e non ai contratti con efficacia unicamente obbligatoria, come è il contratto preliminare, con il quale le parti si obbligano semplicemente a stipulare in futuro un contratto definitivo.

Ne consegue che, non applicandosi la norma sanzionatoria ai contratti preliminari, anche nel caso in cui questi abbiano ad oggetto un immobile viziato, il vincolo giuridico tra le parti è validamente costituito.

In questi termini, la Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente (promittente venditrice) a rimborsare al controricorrente (promissario acquirente) le spese del giudizio di cassazione.

(Corte di Cassazione – Sezione Seconda Civile, Sentenza 26 aprile 2017, n. 10297)

Article source: https://www.filodiritto.com/news/2017/immobili-cassazione-civile-se-limmobile-del-contratto-preliminare-ha-vizi-insanabili-non-si-parla-di-nullita-ma-di.html


Cassazione. Risponde penalmente il medico che ignora la chiamata dell’infermiere

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Condannato un medico che nonostante le chiamate dell’infermiere – persona esperta e in grado di valutare le necessità – per intervenire su un paziente aggravato ha ignorato la chiamata e il paziente è deceduto. LA SENTENZA.

30 MAG – Il paziente di una clinica presenta febbre e disidratazione e gli infermieri chiamano il medico di guardia che però rifiuta di intervenire e prescrive, con direttive impartite all’infermiera, prima un farmaco tranquillante e, poi, dell’ossigeno, per la riscontrata crisi respiratoria. Il paziente era affetto da varie patologie, tra cui cardiopatia ipertensiva, diabete, sindrome ansioso-depressiva, decadimento cognitivo r a causa dei problemi subentrati e segnalati al medico che però non è intervenuto, è caduto in uno stato di letargia ed è deceduto  dopo quasi quattro ore di attesa.
 
La Corte di Appello in primo grado, sulla scorta delle dichiarazioni dei familiari del paziente, dall’infermiera e della documentazione   nella quale sono registrate le condizioni del paziente, passato, nell’orario in cui il medico era in servizio e presente nella clinica, in una stanza adiacente a quella di degenza del paziente., da uno stato di agitazione, a uno stato di letargia e, infine, alla morte, condanna il medico alla pena di mesi quattro di reclusione, per il reato di cui all’art. 328 cod. pen., e al  risarcimento del danno determinato in diecimila euro per ciascuna delle imputazioni.

 
Il medico ha fatto ricorso, ma la Cassazione penale ha confermato  - sentenza n. 21631/2017 – la sentenza della Corte d’Appello con chiare motivazioni: “Nella fattispecie in esame i giudici del gravame, in sintonia con gli enunciati principi hanno correttamente esaminato e valutato le emergenze processuali alla stregua dei rilievi e delle censure formulate nell’atto di appello e sono pervenuti alla conferma del giudizio di colpevolezza con puntuale e adeguato apparato argomentativo, ritenendo anzitutto estranea al giudizio sulla condotta dell’imputato la circostanza che il paziente fosse poi deceduto e valorizzando le condizioni di urgenza ed indifferibilità dell’atto sanitario richiesto dal personale infermieristico, in una situazione di oggettivo rischio per il paziente, ormai in stato di letargia: in questi casi il medico ha comunque l’obbligo di recarsi immediatamente a visitare il paziente al fine di valutare direttamente la situazione, soprattutto se a richiedere il suo intervento sono soggetti qualificati – come è accaduto nella specie -, in grado cioè di valutare la effettiva necessità della presenza del medico”.
 
In sostanza, se l’infermiere chiama, il medico deve rispondere altrimenti rischia di subire una pesante condanna penale .per omissione di atti di ufficio e per aver agito senza un minimo di ragionevolezza,  con arbitrio.

30 maggio 2017
© Riproduzione riservata


Allegati:

La sentenza della Cassazione penale

Article source: http://www.quotidianosanita.it/lavoro-e-professioni/articolo.php?articolo_id=51257


Immobile abusivo? La locazione è salva

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE III CIVILE

Ordinanza 8 marzo – 13 aprile 2017, n. 9558

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CHIARINI Maria Margherita – Presidente -

Dott. OLIVIERI Stefano – rel. Consigliere -

Dott. BARRECA Giuseppina Luciana – Consigliere -

Dott. SCRIMA Antonietta – Consigliere -

Dott. MOSCARINI Anna – Consigliere -

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 2899/2015 proposto da:

ITALYART SOCIETA’ COOPERATIVA A RL, in persona del suo legale rappresentante pro tempore, Sig. C.R., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA CARLO ALBERTO 18, presso lo studio dell’avvocato CARMELO COMEGNA, che la rappresenta e difende giusta procura a margine del ricorso;

- ricorrente -

contro

R.E., elettivamente domiciliata in ROMA, LARGO TRIONFALE 7, presso lo studio dell’avvocato GIANCARLO FIORINI, rappresentata e difesa dall’avvocato MANUELA PARIS giusta procura a margine del controricorso;

- controricorrente -

avverso la sentenza n. 3784/2014 della CORTE D’APPELLO di ROMA, depositata il 05/06/2014;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del 08/03/2017 dal Consigliere Dott. STEFANO OLIVIERI.

Svolgimento del processo

Italyart soc. coop. a r.l. risultava soccombente in entrambi i gradi di giudizio sulla domanda di R.E. avente ad oggetto la risoluzione del contratto di locazione di immobile ad uso diverso da quello abitativo per inadempimento della predetta società conduttrice all’obbligo di versamento dei canoni, nonchè la condanna della stessa al pagamento dei canoni maturati nel periodo agosto 2009-settembre 2010.

La Corte d’appello di Roma, con sentenza 5.6.2014 n. 3784, rilevava che la condizione giuridica dell’immobile, non conforme alla vigente normativa urbanistica, non impediva la validità della locazione, non ricorrendo ipotesi di illiceità sanzionate con la nullità ex art. 1418 c.c., comma 2, nè ipotesi di nullità virtuale, e che tale condizione dell’immobile era stata specificamente indicata nel contratto di locazione ed accettata dalla conduttrice, che aveva approvato per iscritto separatamente la relativa clausola, rimanendo quindi esclusa l’applicazione della disciplina normativa dei vizi della cosa locata.

Quanto alla gravità dell’inadempimento, il mancato pagamento dei canoni non era suscettibile di compensazione con la somma depositata a titolo di cauzione, in considerazione sia della diversa funzione di garanzia assolta dal deposito, sia della espressa rinuncia fatta dal conduttore a sollevare eccezioni in merito al pagamento dei canoni.

La conoscenza da parte del conduttore delle condizioni di fatto e di diritto dell’immobile e l’assunzione in contratto dell’obbligo di eseguire a proprie spese lavori di adattamento e ristrutturazione, rendevano infondata la pretesa di recupero degli esborsi effettuati dal conduttore a tale titolo.

La sentenza di appello non notificata è stata impugnata dalla società conduttrice con ricorso per cassazione affidato ad un unico motivo con il quale si censura la violazione di norme di diritto e vizio di omesso esame di fatti decisivi.

Ha resistito con controricorso la locatrice R..

La ricorrente ha depositato memoria illustrativa.

Motivi della decisione

Il Collegio ha raccomandato la redazione della motivazione in forma semplificata.

Con l’unico motivo di ricorso la società reitera le stesse censure già prospettate con i motivi di gravame esaminati dalla Corte d’appello.

In particolare la ricorrente ripropone la questione della nullità del contratto di locazione per impossibilità ed illiceità dell’oggetto ex art. 1346 c.c. e della causa concreta per contrarietà – sembra – a norme imperative (la rubrica indica come norme violate gli artt. 1325, 1343, 1346, 1578 e 1579 c.c.).

A quanto è dato comprendere dallo svolgimento della esposizione la società si duole di avere dedotto avanti il Giudice del gravame la nullità del contratto di locazione per impossibilità dell’oggetto, in quanto l’immobile non aveva la destinazione pattuita, e non anche la nullità del contratto in quanto il bene locato era da ritenersi fatiscente; dunque risultava errata la pronuncia della Corte d’appello che aveva rigettato il motivo di gravame alla stregua del principio di diritto secondo cui l’eventuale non conformità dell’immobile locato alla disciplina edilizia ed urbanistica non determina l’illiceità dell’oggetto del contratto, poichè il requisito della liceità dell’oggetto cui ha riguardo l’art. 1346 c.c., non va riferito al bene in sè (e dunque alla condizione giuridica abusiva o meno dell’immobile locato in relazione alla vigente disciplina normativa edilizia ed urbanistica), ma alla prestazione, e dunque al contenuto dell’atto di autonomia negoziale che, nel rapporto locativo deve individuarsi, secondo lo schema legale, nella concessione in godimento dell’immobile dietro pagamento del corrispettivo (cfr. Corte Cass. Sez. 3, Sentenza n. 583 del 29/01/1982; id. Sez. 3, Sentenza n. 4228 del 28/04/1999; id. Sez. 3, Sentenza n. 19190 del 15/12/2003; id. Sez. 3, Sentenza n. 22312 del 24/10/2007; id. Sez. 3, Sentenza n. 12983 del 27/05/2010; vedi Corte Cass. Sez. 3, Sentenza n. 11964 del 16/05/2013).

Il motivo è infondato.

La questione della nullità del contratto è stata compiutamente esaminata dalla Corte territoriale, sotto entrambi i profili di illiceità dell’oggetto e di illiceità della causa. In particolare, quanto al primo aspetto, i Giudici di merito hanno rilevato che la difformità urbanistica dell’immobile, specificamente per quanto concerneva la destinazione commerciale dei locali, era stata oggetto di espressa clausola, sottoscritta anche separatamente dalla società conduttrice, in conformità all’art. 1341 c.c., comma 2, traendone la conseguenza, da un lato, che la condizione di difformità urbanistica dell’immobile non inficiava la illiceità della prestazione (concessione in godimento del bene), e dall’altro che la conduttrice aveva espressamente accettato tale condizione assumendo quindi il rischio dell’eventuale impossibilità di sfruttamento dell’immobile ad uso commerciale.

La Corte territoriale ha pertanto deciso conformemente ai consolidati principi di diritto enunciati in materia da questa Corte secondo cui:

- il carattere “abusivo” di una costruzione concretandosi in una illiceità dell’opera, può costituire fonte della responsabilità dell’autore nei confronti dello Stato ma non comporta la invalidità del contratto di locazione della costruzione stipulato tra privati, trattandosi di rapporti distinti e regolati ciascuno da proprie norme, venendo e riverberare la condizioni giuridica predetta sulla qualità del bene immobile, e non anche sulla eseguibilità della prestazione del locatore avente ad oggetto la concessione del pieno e continuato godimento del bene (cfr. Corte Cass. Sez. 3, Sentenza n. 583 del 29/01/1982 che ha esaminato il caso di abuso edilizio consistente nella costruzione fatta dal privato su terreno demaniale. Vedi giurisprudenza sopra richiamata: Corte Cass. Sez. 3, Sentenza n. 583 del 29/01/1982; id. Sez. 3, Sentenza n. 4228 del 28/04/1999; id. Sez. 3, Sentenza n. 19190 del 15/12/2003; id. Sez. 3, Sentenza n. 22312 del 24/10/2007; id. Sez. 3, Sentenza n. 12983 del 27/05/2010; vedi Corte Cass. Sez. 3, Sentenza n. 11964 del 16/05/2013);

- nel caso in cui non sia stata resa nota, nè altrimenti conosciuta dal conduttore la condizione urbanistica dell’immobile locato, il mancato rilascio di concessioni, autorizzazioni o licenze amministrative relative alla destinazione d’uso dei beni immobili – ovvero alla abitabilità dei medesimi – non è di ostacolo alla valida costituzione di un rapporto locatizio, sempre che vi sia stata concreta utilizzazione del bene locato (cfr. Corte Cass. Sez. 3, Sentenza n. 23695 del 21/12/2004), in difetto soccorrendo, invece, il rimedio della risoluzione del contratto (cfr. Corte Cass. Sez. 3, Sentenza n. 12708 del 25/05/2010);

- se il locatore ha assunto la obbligazione di garantire il pacifico godimento dell’immobile espressamente in funzione della specifica destinazione prevista e concordata in contratto, occorrendo all’uopo una “specifica pattuizione, non essendo sufficiente la mera enunciazione, nel contratto, che la locazione sia stipulata per un certo uso e l’attestazione del riconoscimento della idoneità dell’immobile da parte del conduttore”, in tal caso l’impedimento all’esercizio della attività svolta dal conduttore per difetto di rilascio del provvedimento di conformità urbanistica della destinazione impressa dalle parti all’immobile, determina il colpevole inadempimento del locatore alla esecuzione della prestazione di godimento derivante dal contratto (cfr. Corte Cass. Sez. 3, Sentenza n. 20831 del 26/09/2006; id. Sez. 3, Sentenza n. 975 del 17/01/2007; id. Sez. 3, Sentenza n. 5836 del 13/03/2007);

- se invece la situazione urbanistica, pur se di ostacolo all’ottenimento delle autorizzazioni o licenze relative all’esercizio della attività commerciale da condurre nell’immobile locato, era nota ed è stata consapevolmente accettata dal conduttore, alcuna responsabilità contrattuale potrà gravare sul locatore per la impossibilita di utilizzazione dell’immobile locato in funzione dell’esercizio della predetta attività in quanto non risulti successivamente autorizzata la modifica di destinazione d’uso (cfr. Corte Cass. Sez. 3, Sentenza n. 1398 del 21/01/2011).

I predetti principi sono stati compendiati, da ultimo, nelle più recenti sentenze di questa Corte, nella statuizione, condivisa dal Collegio, secondo cui “in tema di obblighi del locatore, in relazione ad immobili adibiti ad uso non abitativo convenzionalmente destinati ad una determinata attività il cui esercizio richieda specifici titoli autorizzativi dipendenti anche dalla situazione del bene sotto il profilo edilizio – e con particolare riguardo alla sua abitabilità e alla sua idoneità all’esercizio di un’attività commerciale – solo quando la mancanza di tali titoli autorizzativi dipenda da carenze intrinseche o da caratteristiche proprie del bene locato, sì da impedire in radice il rilascio degli atti amministrativi necessari e quindi da non consentire in nessun caso l’esercizio lecito dell’attività del conduttore conformemente all’uso pattuito, può configurarsi l’inadempimento del locatore, fatte salve le ipotesi in cui quest’ultimo abbia assunto l’obbligo specifico di ottenere i necessari titoli abilitativi o, di converso, sia conosciuta e consapevolmente accettata dal conduttore l’assoluta impossibilità di ottenerli” (cfr. Corte Cass. Sez. 3, Sentenza n. 13651 del 16/06/2014; id. Sez. 3, Sentenza n. 15377 del 26/07/2016).

Tanto premesso, la critica svolta dal ricorrente, secondo cui la illiceità viene ad inficiare non il “bene” immobile, in sè ma la “prestazione” oggetto della obbligazione del locatore, rifluendo quindi sull’oggetto del contratto, è meramente reiterativa delle argomentazioni già svolte nel motivo di gravame e ritenute infondate, sulla scorta dei principi sopra esposti, dalla Corte di appello che ha escluso la illiceità dell’oggetto in considerazione della espressa accettazione da parte della conduttrice dello stato di fatto e di diritto – e più in particolare della attuale difformità della destinazione d’uso commerciale rispetto alla normativa urbanistica che assoggettava la zona a vincolo archeologico – dell’immobile, alcun ulteriore argomento avendo aggiunto la società nel motivo di ricorso per cassazione, idoneo ad inficiare la decisione impugnata. E’ appena il caso di osservare, al riguardo, come la mera allegazione, da parte della ricorrente, di una “sopravvenuta” – in corso di rapporto – conoscenza della difformità urbanistica, oltre ad essere priva di qualsiasi riscontro probatorio è smentita dall’accertamento di merito compiuto dal Giudice di appello in ordine alla espressa accettazione e sottoscrizione della clausola contrattuale con la quale: a) veniva specificamente dato atto della non conformità dell’immobile alla normativa urbanistica e catastale; b) il conduttore dichiarava di “ben conoscere la situazione urbanistica, catastale ed amministrativa dell’immobile” ed assumeva ogni rischio in ordine all’ottenimento di qualsiasi autorizzazione amministrativa necessario all’esercizio della attività commerciale “con esonero di ogni responsabilità del locatore”; c) alcuna specifica garanzia aveva assunto, pertanto, il locatore in ordine alla effettiva destinazione dell’immobile locato all’uso commerciale che intendeva farne il conduttore, non essendo sufficiente, come visto, ad integrare una espressa assunzione di tale obbligazione la mera “allegata certificazione catastale” – categoria C1 – al contratto (clausola art. 11 contratto locazione, riprodotta nella sentenza di appello, nel ricorso, pag. 14, e con testo completo nel controricorso, pag. 12-13).

Le altre doglianze, esposte nel motivo, in quanto meramente riproduttive delle medesime tesi svolte con i motivi di gravame, e dunque prive del requisito di specificità prescritto dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4, per i motivi di ricorso per cassazione, debbono ritenersi tutte inammissibili, non contenendo una critica in diritto alle statuizioni della sentenza di appello, nè peraltro essendo stati indicati dalla ricorrente puntuali fatti, provati in giudizio e rivestenti carattere “decisivo”, che il Giudice di appello non avrebbe considerato nella valutazione delle risultanze istruttorie, tali non potendosi ritenere nè la clausola contrattuale (art. 5 contratto) che addossava al conduttore le spese per i lavori di ristrutturazione ed adattamento necessari a rendere funzionale l’immobile all’attività che intendeva svolgere, nè il precedente rigetto con Det. Dirigenziale n. 708 del 2002 del Comune di Roma di una istanza di condono (il contenuto della quale peraltro non viene trascritto), tenuto conto che la Corte territoriale, se pure in modo sintetico, ha esaminato anche tali elementi istruttori, laddove, da un lato, ha riconosciuto che la difformità urbanistica dell’immobile non aveva comunque impedito un utilizzo dello stesso da parte del conduttore per il periodo trascorso dall’inizio della locazione fino al rilascio dell’immobile, e dall’altro ha ritenuto infondata la eccezione di nullità del contratto, in quanto le clausole concernenti “i lavori di ristrutturazione da eseguirsi a cura e spese del conduttore” e “la situazione urbanistica” dell’immobile erano state “approvate separatamente e per iscritto in calce al contratto” dovendo essere considerate pertanto “pienamente valide ed efficaci” (sentenza, in motiv. pag. 3).

In conclusione il ricorso deve essere rigettato e la parte ricorrente condannata alla rifusione delle spese del giudizio di legittimità liquidate in dispositivo.

P.Q.M.

rigetta il ricorso principale.

Condanna la ricorrente al pagamento in favore della controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità che liquida in Euro 5.600,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00, ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente principale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Motivazione semplificata.

Così deciso in Roma, il 8 marzo 2017.

Depositato in Cancelleria il 13 aprile 2017. 

Article source: http://www.altalex.com/documents/news/2017/05/02/costruzione-abusiva-locazione


Diritto all’assegno di divorzio: il tenore di vita sostituito dall’indipendenza economica

Per la Corte di Cassazione il parametro di riferimento non va più individuato nel “tenore di vita avuto in costanza di matrimonio”, ma nel raggiungimento dell’ “indipendenza economica” del richiedente.

Se è accertato che il richiedente l’assegno di mantenimento è economicamente indipendente o è effettivamente in grado di esserlo non deve essergli riconosciuto il relativo diritto.

Con una sentenza che sta suscitando molto clamore la Prima Sezione della Corte di Cassazione ha dato un’interpretazione delle norme sull’attribuzione dell’assegno postmatrimoniale che finora solo una parte minoritaria della dottrina e della giurisprudenza avallava.

L’attribuzione dell’assegno divorzile e la sua quantificazione è disciplinato dall’ art. 5 legge 1970 sul divorzio “Con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tribunale dispone, tenuto conto delle condizioni economiche dei coniugi e delle ragioni della decisione, l’obbligo per uno dei coniugi di somministrare a favore dell’altro periodicamente un assegno in proporzione alle proprie sostanze e ai propri redditi. Nella determinazione di tale assegno il giudice tiene conto del contributo personale ed economico dato da ciascuno dei coniugi alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di entrambi” mentre in fase di separazione facciamo riferimento all’art. 156 c.c  “il giudice pronunciando la separazione stabilisce a vantaggio dell’altro il diritto a ricevere quanto necessario al suo mantenimento qualora non abbia adeguati redditi propri…L’’entità della somministrazione viene determinata in relazione alle circostanze e ai redditi dell’obbligato”.

Facilmente desumibile che l’applicazione di tali regole ha attribuito al giudice una notevole discrezionalità tradottasi nel principio di assicurare al coniuge i mezzi per conservare il tenore di vita che aveva in costanza del matrimonio.

Per noi operatori del diritto tale scelta interpretativa non solo appariva non conforme alla vera funzione dell’assegno di mantenimento, il cui fondamento è ravvisabile nel dovere di solidarietà nei confronti del coniuge che non ha mezzi adeguati, e facendolo assumere una natura compensativa e risarcitoria e, al contempo, significava avvalersi di un parametro che presupponeva un’ ultrattività del rapporto anche se limitata soltanto al profilo patrimoniale. Se un fatto (il matrimonio) non esiste più proprio a seguito del divorzio non si giustifica il prolungamento del vincolo economico.

A parere di chi scrive appare quindi giusto, secondo diritto, che la Corte di Cassazione sia andata a rivalutare e a far emergere la funzione assistenziale dell’assegno di divorzio allo scopo di evitare, come si legge nella motivazione, una “illegittima locupletazione”, ossia un arricchimento dell’ex coniuge. Affermato quindi che l’assegno divorzile ha riacquistato la sua funzione assistenziale esso và riconosciuto ogni qualvolta chi ne fa richiesta prova che non ha “mezzi adeguati”: ma adeguati a cosa?

Ed è qui la forza dirompente della sentenza in quanto la Corte di Cassazione ha chiaramente escluso che la verifica dei mezzi adeguati vada fatta con riferimento al  “tenore di vita matrimoniale”. In realtà l’art. 5 della legge sul divorzio non fa alcun riferimento, neppure indiretto, al tenore di vita goduto dai coniugi durante il matrimonio, e quanto dispone l’art. 5 legge sul divorzio, ben può essere interpretato orientando in una diversa direzione il criterio dell’adeguatezza dei mezzi a disposizione del coniuge più debole. Per la Corte di Cassazione occorre salvaguardare la dignità della persona quando questa non abbia la possibilità di raggiungere la indipendenza economica con l’esercizio del “principio di autoresponsabilità” legato alla libertà delle scelte esistenziali che essa compie: in sintesi, l’assegno divorzile non può essere riconosciuto all’ex coniuge che risulta essere “economicamente indipendente” ed è tale chi abbia risorse da garantirgli una autosufficienza economica che gli consenta di assicuragli un’esistenza “libera e dignitosa”    

Allegato:

Cass. civile Sez. I, Sentenza del 10/05/2017 n.11504

Article source: https://news.avvocatoandreani.it/articoli/diritto-all-assegno-divorzio-tenore-vita-sostituito-dall-indipendenza-economica-103665.html


Fisco: avete ricevuto una cartella di Equitalia? Forse non dovete pagare

di Tiziana Di Giovannandrea
28 maggio 2017Calcoli errati degli interessi e anatocismo su aggio o rate. Sono i principali motivi che rendono cancellabile (nulla) o parzialmente annullabile una cartella esattoriale di Equitalia.

Lo spiega un vademecum di Unimpresa, – l’Unione Nazionale di Imprese che rappresenta le micro, piccole e medie imprese secondo i dettami dell’Unione Europea – col quale l’associazione mette in guardia i contribuenti (cittadini e imprese) sugli errori o sulle irregolarità dei conteggi delle somme iscritte a ruolo dall’agente della riscossione. Il documento di Unimpresa spiega quando i calcoli di Equitalia sono a rischio di annullamento o quando è possibile effettuare una verifica per determinare esattamente il debito fiscale a carico delle aziende e delle famiglie.

La nota dell’associazione spiega anzitutto che la cartella di Equitalia è un atto che viene inviato ai contribuenti per la riscossione dei crediti su incarico degli enti creditori. L’importo richiesto nella cartella viene maggiorato di interessi e sanzioni, a seconda del momento in cui essa viene pagata o in base al rateizzo che è stato richiesto.

Ci sono però dei casi in cui vengono sollevate questioni sulla legittimità e regolarità delle cartelle Equitalia.

La prima questione riguarda gli interessi di mora che vengono aggiunti all’importo totale, poiché non sono chiari i criteri di calcolo di quest’ultimi. L’importo che viene richiesto a titolo di interessi di mora, infatti, non ha alcuna specifica su come sia stato calcolato né tantomeno sulle aliquote applicate, ma viene riportata solamente la cifra totale. La Corte di Cassazione con la sentenza 4516/ 2012 ha affermato che non è il contribuente che deve compiere difficili indagini per decifrare un calcolo degli interessi incomprensibile. Pertanto, le cartelle che non specificano il conteggio degli interessi e le aliquote applicate sono da considerarsi “nulle”. 

Un’altra questione riguarda l’anatocismo cioè l’applicazione di interessi su altri interessi. Il nostro Codice Civile vieta tale pratica. In questo caso vengono considerati illegittimi le aliquote e gli interessi applicati su altri interessi e sanzioni.
Tre i casi di anatocismo che riguardano le cartelle di Equitalia: interessi di mora, aggio, dilazione. In tutti questi casi vengono applicati degli interessi su basi di calcolo già comprendenti altri interessi. Ne consegue che tutte le cartelle, trascorsi 60 giorni dalla notifica, sono anatocistiche.

“Per evitare di pagare più del dovuto, è sempre opportuno un controllo perché almeno una parte del debito preteso dall’agente della riscossione potrebbe essere illegittima” osserva il vicepresidente di Unimpresa, Claudio Pucci.

Article source: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Vademecum-Unimpresa-per-annullare-le-cartelle-Equitalia-fisco-tasse-dettato-del-Ministro-delle-Finanze-Ezio-Vanoni-spesso-dimenticato-e-tradito-193908a3-bc55-462f-8155-18c596d1851f.html