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Archive for October, 2017

Chirurgia estetica: vanno risarciti i danni psicologici?

Chirurgia estetica: vanno risarciti i danni psicologici?

Qui la sentenza: Corte di Cassazione – sez. III civile – ordinanza n. 25109 del 24-10-2017

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Interessante sentenza dalla Corte di Cassazione in tema di responsabilità medica: il chirurgo e la clinica responsabili di un intervento chirurgico al seno non completamente riuscito devono risarcire il paziente non solo dei danni fisici, ma anche di quelli psicologici e relazionali. Nel caso in cui l’aspetto fisico del paziente sia importante per la sua attività lavorativa, è necessario risarcire anche il mancato guadagno da perdita di chance. Questo quanto stabilito dalla Suprema Corte con l’ordinanza n. 25109 del 24 ottobre 2017.

 

Il risarcimento per intervento non riuscito

La vicenda, piuttosto complessa, riguarda una donna che nel 1995 si era sottoposta a interventi di ingrandimento del seno, liposuzione delle cosce e rinoplastica presso una clinica privata. L’intervento di chirurgia al seno non era riuscito perfettamente, e la donna, allora solo ventenne, si era ritrovata con delle cicatrici deturpanti che non è stato possibile eliminare neanche con successivi interventi riparatori. La paziente aveva quindi fatto causa alla clinica e al chirurgo e aveva ottenuto il rimborso di grosse somme sia in primo che in secondo grado, oltre al riesame e alla rivalutazione del danno in Corte d’Appello come stabilito dalla Cassazione.

Il problema era reso più grave dal fatto che la donna aveva appena iniziato la carriera di indossatrice e dimostratrice di capi d’abbigliamento prodotti dall’azienda di famiglia, e che aspirava a diventare una modella. Carriera che, a detta della donna, le era ora preclusa per sempre.

 

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Il danno da perdita di chance

La Cassazione definisce il danno inflitto alle possibilità lavorative della paziente come danno da perdita di chance, ed effettivamente la Corte d’Appello ha riconosciuto che le cicatrici lasciate dall’intervento chirurgico hanno avuto conseguenze negative per la carriera della donna. Il caso però non è così semplice: la ricorrente afferma che all’epoca dei fatti avesse già iniziato la professione di modella e fotomodella, ma per legge deve essere proprio la donna a fornire elementi obiettivi di valutazione dell’entità dei suoi guadagni prima dell’operazione, dei suoi contatti e della sua introduzione nel mondo della moda per poter permettere alla Corte di valutare l’effettiva perdita economica e lavorativa che si è determinata.

Questo secondo i giudici non è stato fatto, e dunque la modella non ha diritto a un risarcimento più grande di quello già ampio valutato dalla Corte d’Appello. Tanto più che i giudici di secondo grado hanno rilevato che le cicatrici riportate non precludessero l’attività di modella di capi di abbigliamento con le modalità risultanti dalle fotografie in atti fino a quel momento.

Il risarcimento della depressione

Capitolo a parte riguarda il risarcimento da danno psicologico, con la ricorrente che lamenta “una grave malattia psichica di tipo depressivo” che sarebbe sorta in seguito all’intervento andato male. Malattia depressiva che invero era stata valutata dalla Corte d’Appello e che, seppure migliorata con il tempo, aveva lasciato la paziente in uno stato di sofferenza permanente.

Tale malattia però, a differenza di quanto sostiene la donna, non ha avuto una precisa incidenza sulla sua carriera di modella. O, perlomeno, questa non è stata dimostrata: le dichiarazioni della paziente che la depressione “avrebbe compromesso la serenità necessaria” al suo lavoro perché le avrebbe fatto sviluppare “un’esagerata compulsiva attenzione al proprio aspetto fisico” sono troppo generiche e non provate. Dunque, per la Cassazione la Corte d’Appello ha valutato tutti i profili di danno nel loro complesso e in maniera adeguata.

Article source: https://www.diritto.it/chirurgia-estetica-vanno-risarciti-danni-psicologici/


I calabresi che vestono papi e giudici di Cassazione

Nascono a Settingiano toghe per le più importanti cerimonie della magistratura e paramenti sacri venduti in tutto il mondo. Storia di un’emigrazione di ritorno (e di successo)

«Le toghe usate in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario sono made in Calabria». La storia dell’azienda della famiglia Nisticò, raccontata dal Corriere Economia, è quella di un’emigrazione al contrario. E così da Settingiano, grazie al lavoro certosino in un settore che era esclusiva delle aziende del Nord, la Desta si è ritagliata una fetta di mercato importante. È nello stabilimento di 7mila metri quadri nel catanzarese che vengono create le pregiate tenute indossate dai più alti magistrati d’Italia e ancor prima dal Papa nei suoi viaggi apostolici.
«Siamo una piccola industria che ha un cuore artigianale», spiega Saverio Nisticò che, insieme ai genitori Maria Teresa Desta e Raffaele Nisticò e al fratello Giuseppe, guida l’azienda che porta il cognome della madre. E aggiunge: «È nato tutto da lei e dai suoi studi scolastici in un istituto di suore, dove ha imparato l’arte del ricamo e la profondità dei rituali liturgici. Nel 1982, dopo aver analizzato il mercato, e notato che le aziende di settore erano principalmente del Nord, ha comprato una macchina da cucire e, in uno scantinato, ha iniziato a realizzare abiti sacri per le chiese dei dintorni». Ora la produzione è affidata a macchine di elevata tecnologia che assicurano creazioni uniche e mai seriali. E, nel 2000, è stata acquisita la «Ars Caeli» in provincia di Milano, tra le più antiche del settore per l’arredo ecclesiastico in metallo. E quel ramo d’azienda è stato trasferito in Calabria, seguendo un percorso contrario a quello di tanti imprenditori che preferiscono spostarsi al Nord. Una piccola scalata, con la produzione di ostie, un negozio monomarca nel centro di Roma e un altro all’interno del Vaticano. I loro paramenti raggiungono gli Stati Uniti, Brasile, Indonesia e Cina. E dal 2015 vestono il presidente e i giudici della Suprema Corte di Cassazione. Per non parlare delle toghe indossate nelle più importanti cerimonie delle maggiori università italiane: la Luiss, il Politecnico di Milano, Tor Vergata, la Salesiana di Roma, l’Università di Firenze e quella di Messina, comprese tutte le calabresi.

Article source: http://www.telemia.it/2017/10/calabresi-vestono-papi-giudici-cassazione/


Modella rovinata da intervento di chirurgia estetica. Per la Cassazione va risarcito anche il danno psichico e relazionale

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In caso di intervento chirurgico estetico che ha lasciato segni difficilmente eliminabili si devono risarcire anche i danni che ne possono derivare, non solo fisici ma anche psichici e relazionali. La Cassazione (sentenza 25109/2017) conferma il risarcimento deciso dalla Corte d’Appello. LA SENTENZA.

30 OTT – Nella responsabilità medica non c’è solo l’effetto diretto dell’eventuale errore, ma anche le conseguenze che questo può avere sulla vita psichica e relazionale del soggetto coinvolto.

Partendo da questo presupposto la Corte di Cassazione (III Sezione civile, sentenza 25109/2017 depositata il 24 ottobre) ha respinto un ricorso contro la richiesta di un riconoscimento maggiore (50%) per danno biologico in un intervento di chirurgia plastica, ma ha comunque confermato la sentenza della Corte di Appello sull’entità del risarcimento anche per le conseguenze psicologiche.

Il fatto
Una modella si era sottoposta a un intervento estetico che, però, non era perfettamente riuscito e aveva lasciato sul corpo della donna numerose cicatrici.

Nel corso del giudizio si è accertato che, anche considerando la professione della paziente, il percorso che questa ha dovuto affrontare per effetto degli interventi chirurgici non aveva determinato solo tracce somatiche antiestetiche, ma anche una sofferenza psicosomatica.

La modella, infatti, era stata colpita da depressione che, anche se attenuata nel tempo, si era comunque stabilizzata in un equilibrio di sofferenza permanente.

Il quadro complessivo rende difficile secondo i giudici la quantificazione del danno biologico complessivo, e quindi si deve ricorrere all’equità, tenendo conto di numerose condizioni, come l’ansia, l’insicurezza, i rapporti con l’altro sesso, la compromissione dell’intera sfera affettiva.

La sentenza
In questo caso, secondo la Cassazione, è proprio con l’esatta quantificazione del danno biologico che la donna si è trovata in disaccordo con la decisione del giudice del merito e ha deciso di rivolgersi alla Cassazione.

Per la Cassazione però, la Corte d’Appello ha valutato tutti i profili di danno complessivamente e in maniera adeguata, tenendo conto anche dell’evoluzione del profilo psichico della patologia riscontrata. La sua decisione va quindi confermata.

Secondo la Cassazione infatti “il  giudice  del rinvio  ha  valutato tutti i profili  …  considerando che le traversie sopportate per effetto degli interventi  chirurgici,  oltre  che  provocare  tracce  somatiche  antiestetiche, hanno determinato una sofferenza psicosomatica, valutando i vari effetti e operandone  una  gradazione   nel tempo,  considerando   che  la  depressione è andata diminuendo fino a stabilizzarsi in un equilibrio, comunque, di sofferenza permanente e determinando tale danno biologico complessivo nella misura del 15%, in considerazione delle ripercussioni sul piano estetico e psichico che riguardano  i  profili  fisici,  psichici  e  relazionali”. 

“Tali  operazioni  – prosegue la Corte – si  innestano  su una   consulenza   di   ufficio   che   conclude   ritenendo   che   il   danno biologico complessivo è quantificabile con difficoltà e va stabilito in via equitativa,  quale risultante di una pluralità di condizioni, come lo stato di ansia, di insicurezza, la compromissione della sfera affetti1va in generale ed ii rapporto con l’altro sesso”.

30 ottobre 2017
© Riproduzione riservata


Allegati:

La sentenza della Cassazione

Article source: http://www.quotidianosanita.it/lavoro-e-professioni/articolo.php?articolo_id=55319


10 anni fa il delitto di Perugia, un omicidio che è ancora un mistero – AGI

10 anni fa il delitto di Perugia, un omicidio che  ancora un mistero

Dieci anni dopo l’omicidio di Meredith Kercher, studentessa inglese di 22 anni, l’ivoriano Rudy Guede, unico condannato con rito abbreviato dopo aver ammesso la sua presenza nella villetta, è il solo che sta scontando la sua pena in carcere per concorso in omicidio e violenza sessuale. Concorso con chi, resta un mistero. Amanda Knox e Raffaele Sollecito, infatti, sono stati assolti dopo vari processi.

10 anni fa il delitto di Perugia, un omicidio che  ancora un mistero

La notte del 31 ottobre 2007

Meredith, in Italia per Erasmus, venne trovata cadavere il primo novembre 2007, uccisa con una coltellata alla gola, nell’appartamento dove viveva a Perugia in via della Pergola. La morte scuote l’Italia e, in breve, l’evoluzione della vicenda giudiziaria legata al delitto, diventa una delle più controverse degli ultimi anni. Tra investigazioni, colpi di scena, analisi del Dna di particolari trovati sul luogo del delitto passano otto anni. Novantesei mesi per arrivare a un verdetto definitivo, in un excursus giudiziario che arriva, passando di sentenza in sentenza, all’ultima istanza di giudizio: la Cassazione. 

Il corpo di Meredith viene scoperto il giorno dopo il delitto in camera da letto. Il 6 novembre, i sospetti cadono da subito su tre persone: Amanda Knox, Raffaele Sollecito e Patrick Lumumba.

  • Amanda, americana, di Seattle, all’epoca ventenne, è la coinquilina di Meredith.
  • Sollecito, 23 anni, pugliese, laureando in ingegneria, ha una relazione sentimentale con Amanda.
  • Lumumba, 38 anni, originario dell’ex Zaire, dal 1988 in Umbria gestisce un pub dove lavora saltuariamente Amanda.

Tutti e tre vengono arrestati ma si dichiarano estranei all’omicidio. Lumumba viene rimesso in libertà il 20 dello stesso mese, dopo che dalle indagini emerge la sua innocenza. Lo stesso giorno viene arrestato Rudy Guede, ivoriano di 21 anni, bloccato dalla polizia a Magonza, in Germania, dopo che gli investigatori individuano tracce del suo dna sul piumone, l’impronta di una sua mano sul muro e le sue feci in bagno.

Il processo per Sollecito e Knox

Due anni dopo l’omicidio, il 18 gennaio 2009, inizia il dibattimento per Sollecito e per la Knox. Il 5 dicembre, la Corte d’Assise di Perugia, escludendo le aggravanti, condanna Amanda a 26 anni di carcere e Raffaele a 25 perchè “spinti – si leggerà successivamente nelle motivazioni – da un movente erotico sessuale e violento”.

Tra ricorsi, accertamenti e perizie si arriva al secondo grado di giudizio. Il dibattimento è all’insegna della battaglia tra periti sulle presunte tracce di dna dei due giovani sul coltello e sul gancetto del reggiseno di Meredith. La Corte d’Assise d’Appello di Perugia nel 2011 li assolve “per non aver commesso il fatto”, giudicando “non attendibili” gli accertamenti tecnici svolti. 

Nel 2013 la Cassazione annulla la sentenza di secondo grado e rinvia tutto alla Corte d’Assise d’appello di Firenze, davanti alla quale si celebra il processo bis che termina con una nuova condanna: 28 anni e sei mesi alla Knox e 25 a Sollecito. Infine, il colpo di scena, con la Corte di Cassazione che nel 2015 annulla la sentenza, stavolta senza rinvio, perchè, secondo i giudici della quinta sezione penale, il quadro disegnato da chi aveva indagato e da chi aveva condannato Amanda Knox e Raffaele Sollecito “non è sorretto da indizi sufficienti”. La Cassazione infine respinge anche la richiesta di indennizzo di oltre 500 mila euro per i quasi quattro anni di “ingiusta detenzione” di Raffaele Sollecito. 

Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it

Article source: https://www.agi.it/cronaca/delitto_perugia_meredith_guede_10_anni-2303562/news/2017-10-30/


Tarsu, Assologistica: "Dalla Cassazione qualche vantaggio per gli …

Una recente sentenza della Corte di Cassazione stabilisce che gli operatori possano ottenere la riduzione dell’area dalla superficie tassabile, a patto che definiscano con precisione le aree in cui vengono prodotti rifiuti speciali (come gli imballaggi) e ne forniscano idonea comunicazione al Comune di competenza. Lo rende noto Assoligistica. Ma andiamo con ordine.

 

Con la sentenza n. 22890 del 29 settembre scorso la Corte di Cassazione è tornata a esprimersi in merito all’applicazione della TARSU (tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani) alle imprese logistiche, con particolare riguardo alle aree in cui vengono prodotti rifiuti speciali, quali gli imballaggi terziari. Il contenzioso trae origine dall’impugnazione degli avvisi di accertamento notificati dal servizio di riscossione del Comune a un operatore logistico per il recupero della tassa rifiuti solidi urbani. L’operatore logistico si è opposto alla richiesta avanzata dal Comune, deducendo che non vanno assoggettati a TARSU i locali e le aree in cui si formano rifiuti speciali non assimilati come, per l’appunto, gli imballaggi.

 

La Corte di Cassazione, seppur confermando l’esclusione dalla tassa della parte della superficie in cui – per struttura e destinazione- si formano solo rifiuti speciali, ha però respinto il ricorso chiarendo che è posto a carico dell’operatore logistico (oltre all’obbligo della denuncia) un onere di informazione preventiva indirizzata al Comune. In altri termini, chiarisce la Corte, al fine di ottenere l’esclusione di alcune aree dalla superficie tassabile è indispensabile che il contribuente fornisca in via preventiva all’amministrazione comunale i dati relativi all’esistenza e alla delimitazione delle aree che non concorrono alla quantificazione della complessiva superficie imponibile, dando anche la prova della produzione di rifiuti speciali.

 

È dunque opportuno, spiega Assologistica, che gli operatori logistici definiscano con precisione le aree in cui vengono prodotti rifiuti speciali (come gli imballaggi) e ne forniscano idonea comunicazione al Comune di competenza. In tal modo si potrà ottenere la riduzione dell’area dalla superficie tassabile, rappresentando tale esclusione come eccezione alla regola generale secondo cui al pagamento del tributo sono astrattamente tenuti tutti coloro che occupano o detengono immobili nel territorio comunale.

Article source: http://www.informazionimarittime.it/tarsu-assologistica-dalla-cassazione-qualche-vantaggio-per-gli-operatori-9819