Friday, 19 Jan, 2018
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Archive for December, 2017

Lutto a Napoli: è scomparso Vittorio Mele, ex procuratore generale in Cassazione

Si è spento questa notte, poco dopo l’1, dopo una vita laboriosa dedicata alla famiglia e alla magistratura che ha rappresentato ad alti livelli, il prof. Vittorio Mele, 89 anni, nato in provincia di Avellino, Procuratore generale On. della Corte di Cassazione, l’apice professionale di una vita passata in magistratura. A dare la notizia i familiari del magistrato napoletano. I funerali si terranno il giorno 31 dicembre, alle 16.30, presso la parrocchia di San Giovanni dei Fiorentini al Vomero, in via Gianbattista Ruoppolo.

Era un uomo di altri tempi. Magistrato per vocazione, senza sensazionalismi o spettacolarizzazioni. Ha avuto una carriera lunga e ricca di soddisfazioni. Laureato a 23 anni con una tesi in procedura penale, ha cominciato come commissario di pubblica sicurezza per poi entrare in magistratura giovanissimo. È stato per anni segretario nazionale dell’associazione magistrati, consigliere di corte di cassazione, membro del csm. Infine ha raggiunto la procura della Repubblica di Roma e poi quella Generale, sempre a Roma. 

Purtroppo alcune accuse, rivelatesi false e infamanti e quindi prontamente archiviate dalla Procura di Perugia, lo hanno indotto a dimettersi dalla magistratura. Era la fine degli anni ’90 e Mele fu chiamato in causa da Stefania Ariosto, la famosa teste Omega che diede vita con le sue rivelazioni a un’inchiesta su Berlusconi.

Mele come detto fu dichiarato estraneo a ogni accusa. Ma la vicenda lascià una profonda ferita nel suo animo. Ma alla fine l’amore per quella toga, indossata a soli 26 anni, ha vinto ogni amarezza e oggi lui ha voluto che ricoprisse il suo feretro, per sottolineare un legame che il fango e le indegne menzogne non hanno potuto spezzare .
 


Sabato 30 Dicembre 2017, 16:22 – Ultimo aggiornamento: 30-12-2017 20:31
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Article source: https://www.ilmattino.it/napoli/cronaca/napoli_scomparso_vittorio_mele_ex_procuratore_generale_cassazione-3456119.html


Se l’ostentazione del lusso sui social diventa una prova per il Fisco e per tribunali

Un mondo da favola. Abiti sfavillanti, mare cristallino, cene eleganti.
Sembrerebbe un sogno, se non fosse la versione social di una vita normale.
S, perch tutti o quasi cedono almeno una volta alla tentazione di ostentare sui social network uno status invidiabile. A finire nel mirino del web in questi giorni stata la moglie di Paolo Bonolis, colpevole di aver postato una foto della figlia su un aereo privato.

La ricchezza virtuale

A scatenare l’ira funesta della rete il lusso ostentato in un periodo di crisi senza fine. Eppure, a giudizio dei tribunali, ad essere colpiti dal fulmine della vanit sono proprio i comuni mortali, vittime di se stessi e del proprio alter ego social. A ridosso del cenone di capodanno, il pericolo in vista. L’ossessione per la visibilit non riguarda soltanto “quegli altri”, ma la maggior parte degli utenti che diventano inconsapevoli bersagli della giustizia, fiscale e non.

La doppia vita davanti ai tribunali

Cos c’ il maniscalco che lavora in nero e non lo dichiara al fisco per poi confidarlo ai social network. Il giudice non perdona: “La documentazione estratta da Facebook evidenzia un’attivit che molto probabilmente fonte di redditi non dichiarati” (Corte di appello di Brescia, sentenza del 1.12.2017 n. 1664).

Poi c’ il marito che per negare il mantenimento alla moglie sostiene di essere costretto a vivere ai limiti della sopravvivenza. Peccato per che su Facebook pubblica foto di un’intensa e inequivocabile vita sociale con cene, aperitivi, colazioni e feste fuori.

In questo caso l’appello respinto e il marito condannato a pagare anche le spese processuali (Corte di appello di Ancona, sentenza del 28.02.2017 n. 331).
E poi ancora l’imprenditore che dichiara di guadagnare poco pi di 11mila euro annui e posta sui social le foto delle vacanze in alberghi a 4 stelle a Madonna di Campiglio, moto e auto di lusso. Il giudice non crede al suo stato di povert e lo condanna a pagare l’assegno divorzile in favore della moglie (Tribunale di Pesaro, sentenza del 26 marzo 2015 n. 295).

Le conseguenze

La vanit sui social network pu costare cara. I rischi sono connessi a eventuali accertamenti fiscali, condanne al pagamento di assegni di mantenimento alti fino a processi penali per frodi fiscali. Le pagine dei social network, infatti, sono producibili in giudizio e, salvo prova contraria, il semplice log-in pu attribuire paternit certa ai contenuti pubblicati da quel profilo utente.

vero che lo screenshot da solo non basta, occorre dare data certa al contenuto postato, ma unito ad altri elementi pu essere valutato dal giudice ed avere serie conseguenze fiscali, civili e anche penali per l’utente in cerca di visibilit. D’altra parte la Cassazione lo aveva stabilito da subito: Facebook un luogo aperto al pubblico, a prescindere dal numero di amici e dalle impostazioni privacy del profilo dell’utente (Corte di cassazione 11.07.2014 n. 37596)

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Article source: http://www.ilsole24ore.com/art/norme-e-tributi/2017-12-29/se-l-ostentazione-lusso-social-diventano-prova-il-fisco-e-tribunali-205155.shtml?uuid=AEHdntYD


La prova dei requisiti di accesso al regime fiscale agevolato ASD

L’applicazione del regime fiscale agevolato previsto per le associazioni sportive dilettantistiche non dipende dall’elemento formale della veste giuridica assunta, ma dall’effettivo svolgimento di attività senza fine di lucro, il cui onere probatorio spetta al contribuente, non potendo ritenersi soddisfatto dal dato della mera affiliazione alle federazioni sportive ed al CONI. È questo il principio ribadito dalla Corte di Cassazione con ordinanza del 9 novembre 2017, n. 28175.

La vicenda prende le mosse dalla contestazione ad un’associazione sportiva dilettantistica (ASD) della decadenza dal regime fiscale agevolato, cui tali tipi di enti associativi possono accedere ai sensi degli articoli 148 D.P.R. 917/1986 e 1 Legge 398/1991, per mancata conformazione dello statuto alle clausole elencate nel comma 8 dell’articolo 148 citato, e richieste ai fini dell’accesso ai benefici ricompresi nel comma 3 dell’articolo medesimo.

I giudici del gravame statuivano che, essendo l’associazione affiliata al CONI ed alla FIGC, nonché avendo regolarmente partecipato alle competizioni da tali Enti organizzate ed essendo perciò anche iscritta al Registro nazionale delle ASD, alla medesima dovesse essere senz’altro riconosciuto il regime fiscale agevolato previsto dalle correlate disposizioni legislative, con conseguente infondatezza delle pretese fiscali portate dall’atto impositivo impugnato.

Avverso tale decisione proponeva ricorso per cassazione l’Agenzia delle Entrate, deducendo la violazione e falsa applicazione degli articoli 148 D.P.R. 917/1986 e 4 D.P.R. 633/1972 per avere ritenuto i giudici di appello sufficiente presupposto di applicabilità del regime fiscale agevolato delle ASD la circostanza che l’associazione fosse affiliata al CONI ed alla FIGC, registrata nel Registro nazionale delle ASD e svolgesse regolarmente l’attività sportiva organizzata da detti Enti di promozione sportiva.

In accoglimento di tale censura, nella pronuncia in rassegna, la Corte di Cassazione ha ribadito che l’applicabilità del regime fiscale agevolato non discende né dall’assunzione della veste formale di ASD, né dalla mera affiliazione agli enti di promozione sportiva, dovendo provare invece il contribuente il concreto svolgimento delle attività consone agli scopi istituzionali, le quali devono, inderogabilmente, prendere posto nello statuto (cfr., Cass., sentenza del 5 agosto 2016, n. 16449).

In altri termini, secondo la Suprema Corte, non è sufficiente, ai fini dell’accesso al regime agevolato, l’astratta sussumibilità dell’associazione in una delle categorie previste dagli articoli 148 D.P.R. 917/1986 e 4 D.P.R. 633/1972 concernenti, rispettivamente, le agevolazioni in tema di Ires ed Iva, essendo l’associazione obbligata a dar prova dell’effettivo svolgimento della propria attività nel rispetto delle prescrizioni previste (cfr., Cass., sentenza 30 maggio 2012, n. 8623).

Infatti, i Giudici di Piazza Cavour, con la recentissima sentenza del 4 ottobre 2017, n. 23228, avevano già affermato che l’onere della prova ai fini del possesso delle condizioni necessarie al godimento di un’agevolazione ricade sul soggetto che ne asserisce la spettanza, e ciò vale anche riguardo alle agevolazioni previste per la categoria delle associazioni senza scopo di lucro, cui appartengono le ASD.

In definitiva, il solo dato formale dell’iscrizione alle federazioni sportive ed al CONI non basta a garantire l’accesso al regime fiscale agevolato (mentre la sua assenza ne impedisce a priori l’accesso), con la conseguenza che essa è da considerarsi una condizione necessaria, ma non sufficiente, in quanto è richiesta, sussidiariamente, la prova del concreto svolgimento della propria attività senza fine di lucro in ossequio alle norme che la regolano.

Sulla base delle argomentazioni sopra evidenziate, la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso per cassazione proposto dall’Agenzia delle Entrate, cassando la sentenza impugnata con rinvio alla competente Commissione tributaria regionale, in diversa composizione, anche per le spese del giudizio.

Article source: https://www.ecnews.it/la-prova-dei-requisiti-accesso-al-regime-fiscale-agevolato-asd/


Responsabilità medica: la Cassazione si pronuncia sulla punibilità per colpa

di Valeria Zeppilli La legge Gelli numero 24/2017, come noto, ha introdotto delle importantissime modifiche nel mondo della responsabilit medica, modifiche che, per, non hanno tardato a generare dei contrasti interpretativi anche molto rilevanti, rispetto ai quali la giurisprudenza non riuscita a trovare un punto di incontro soddisfacente.

Basti pensare che, a distanza di meno di un anno dall’entrata in vigore della riforma, sono gi dovute intervenire le Sezioni Unite a fare chiarezza su un aspetto fondamentale della legge numero 24: l’introduzione dell’articolo 590-sexies nel codice penale e la contestuale abrogazione della previgente disciplina sulla responsabilit penale di cui alla legge cd. Balduzzi numero 189/2012.

Colpa medica: le diverse interpretazioni

Su tale aspetto, e pi nel dettaglio sulla punibilit dell’errore sanitario nel momento esecutivo, si infatti creata sin da subito una sensibile difformit di vedute all’interno della quarta sezione penale della Corte di cassazione, che ha inciso sull’esatta determinazione dei confini di applicazione della nuova disciplina e dei profili del diritto intertemporale.

La sentenza n. 28187/2017

Con la sentenza numero 28187/2017, infatti, stato affermato che la disciplina prevista dalla legge Balduzzi risulta nei fatti pi favorevole rispetto alla legge Gelli, con tutte le conseguenze che ne derivano sui giudizi in corso. A sostegno di tale posizione stata posta la circostanza che, mentre prima era esclusa la rilevanza penale delle condotte caratterizzate da colpa lieve in contesti regolati da linee guida e buone pratiche accreditate, oggi, ai fini della responsabilit penale, non sussiste pi alcuna distinzione tra colpa lieve e colpa grave e il parametro di valutazione di ogni manifestazione di colpa per imperizia stato identificato in un’articolata disciplina sulle linee guida.

In sostanza, con la legge Gelli l’esonero da responsabilit diviene possibile solo se il sanitario abbia rispettato le linee guida in maniera effettiva e aderente alle caratteristiche del caso concreto, mentre non operer se l’osservanza sia stata del tutto astratta (leggi: “Responsabilit medica: s alle linee guida ma non in astratto“).

La sentenza n. 50078/2017

Con la sentenza numero 50078/2017, invece, i giudici della quarta sezione hanno giudicato pi favorevole la legge Gelli rispetto alla legge Balduzzi.

Sulla base di tale indirizzo interpretativo, occorre infatti fare leva sulla circostanza che con la recente riforma stato nei fatti superato il problema del grado della colpa, attenuando il giudizio sulla colpa medica con l’introduzione di una causa di esclusione della punibilit per la sola imperizia (indipendentemente dal grado della colpa), che diviene operativa esclusivamente se l’esercente la professione sanitaria ha rispettato le raccomandazioni previste dalle linee guide o, in loro assenza, le buone pratiche clinico assistenziali, in ogni caso adeguate al caso concreto (leggi: “Responsabilit medica: la Cassazione chiarisce la portata dell’art. 590-sexies c.p.“).

Colpa medica: l’informazione provvisoria delle Sezioni Unite

Da un lato, quindi, c’era un indirizzo che dava della nuova disposizione una lettura eccessivamente restrittiva, vicina all’impraticabilit, nel tentativo di superare i dubbi di legittimit costituzionale posti dalla lettera della norma; dall’altro c’era un indirizzo fin troppo appiattito sulle intenzioni del legislatore della riforma.

La posizione espressa dalle Sezioni Unite nell’informazione provvisoria numero 31/2017 (qui sotto allegata) diviene quindi importantissima.

In particolare, in tale sede i giudici hanno chiarito che il sanitario pu oggi essere considerato penalmente responsabile:

  • se l’evento si verificato per colpa, lieve o grave, derivante non da imperizia ma da negligenza o da imprudenza,
  • se vi stato un errore esecutivo rimproverabile, anche per colpa lieve, se nel caso concreto non sono disponibili n linee guida n buone pratiche,
  • se vi stata imperizia fondata su un errore, anche per colpa lieve, nell’individuare e nello scegliere le linee guida o le buone pratiche adeguate al caso concreto,
  • se l’evento si verificato per colpa, solo grave, derivante da imperizia in caso di errore esecutivo rimproverabile, se nel caso concreto esistono linee guida o, in subordine, buone pratiche adeguate e alle quali il sanitario si attenuto.

Article source: https://www.studiocataldi.it/articoli/28608-responsabilita-medica-la-cassazione-si-pronuncia-sulla-punibilita-per-colpa.asp


Cassazione: il linciaggio via Facebook è stalking

di Valeria Zeppilli Anche i messaggi e i filmati postati sui social network possono integrare l’elemento oggettivo del delitto di atti persecutori. In tal caso, come si legge nella sentenza numero 57764/2017 della Corte di cassazione (qui sotto allegata), l’attitudine dannosa della condotta non tanto “quella di costringere la vittima a subire offese o minacce per via telematica, quanto quella di diffondere fra gli utenti della rete dati, veri o falsi, fortemente dannosi e fonte di inquietudine per la parte offesa“.

Per comprendere meglio di cosa stiamo parlando, analizziamo il caso concreto.

La vicenda

La vicenda giudiziaria ha avuto origine dall’apertura, da parte dell’imputato, di un profilo Facebook dedicato a postare foto, video e commenti con riferimenti, impliciti o espliciti, a una donna, sua ex amante. Per l’uomo, in sostanza, si trattava di una vendetta rispetto alla scelta della vittima di rivelare la loro relazione clandestina alla moglie.

Una vendetta che, per, gli costata una condanna penale per atti persecutori, confermata in via definitiva anche in sede di legittimit.

Per la Cassazione, infatti, non meritano accoglimento, tra le altre, le doglianze circa l’attitudine dannosa del comportamento contestato.

Attitudine dannosa

Infatti, nel caso di specie, a nulla rileva la circostanza che la donna poteva ignorare le foto, i video e i commenti semplicemente non accedendo al profilo Facebook, “in quanto l’attitudine dannosa riconducibile alla pubblicizzazione di quei contenuti“.

Posto peraltro che l’apertura della pagina sul social network rappresenta solo una delle modalit con le quali si estrinsecata al condotta persecutoria dell’uomo e che nel corso del giudizio di merito sono stati provati sia lo stato d’ansia che il mutamento delle abitudini di vita della vittima, la condanna per stalking resta e si cristallizza.

Article source: https://www.studiocataldi.it/articoli/28621-cassazione-il-linciaggio-via-facebook-e-stalking.asp